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Avrei preferito chiudere il diario all’inglese, facendo finta di niente. Ma non me lo concedono. Vogliono assolutamente un commiato. E allora debbo mettere per iscritto quello che, per pudore, avrei voluto affidare a uno sguardo d’intesa o a una frase appena accennata. Innanzitutto dei ringraziamenti.
A Gianni, rude ma buono. E, soprattutto, discreto. Non sempre risolve i problemi come avresti voluto tu ma sempre non te lo fa pesare: il massimo che c’è. Gli debbo anche delle scuse. Quando si poteva, in ogni punto della Toscana nel quale ci si trovava, preferivo rientrare mentre lui insisteva per pernottare. Non capivo perché. Poi mi sono venuti in mente i suoi due piccoli Edoardo e Mariasole che, a quanto pare, di notte invece di dormire fanno il mundialito. E ho realizzato. Ma era troppo tardi per recuperare.
C’è chi per lunghi giorni ha esaltato le “due Simone”. Io, nel mio piccolo, vorrei fare lo stesso con le “due Claudie”. Sono speculari, perfette nella loro opposizione. Una è la mia assicurazione sulla vita. Senza il suo ordine, la sua precisione sarei letteralmente perso. In questa campagna ha gestito le retrovie, coprendo splendidamente la ritirata. L’altra, di contro, è il casino disorganizzato. Come una giornalista di razza si concentra solo sulla palla che sta giocando. Ma in quest’arte è imbattibile. E poi, a partire dalle 10 di mattina, dopo aver esaurito le due-tre ore di dormiveglia che ogni giorno si concede, sa masticare lavoro come nessuno: a suo confronto persino Gattuso appare un dilettante.
Beppe Lanzilotta, per evitare lo stress della campagna, ha pensato di ammalarsi e così si è saltato una settimanella. Per il resto è stato encomiabile. E’ sua l’idea della trasferta parigina. E’ sua l’idea della “colletta” tra gli amici (a proposito, Beppe, Uccio, Francesco, Giovanni, Roberto, Cristiana D., Giancarlo, Salvatore, Fabio, Mario, Oscar, Roberta, grazie ancora!). Soprattutto, Beppe è disponibile ad accogliere le mie sfuriate con tetragona serenità tutta meridionale. Credo che vi sia, in questo atteggiamento, una discreta sicurezza in se stesso e nelle sue abitudini. Ma anche la certezza dell’affetto che in questi anni ci ha legato.
Due vecchi amici, che conosco da una vita, anche questa volta hanno fatto la loro parte garantendo al mio mondo una continuità a prova di campagna elettorale. Mi riferisco a Roberta e a Giancarlo. Cristiana V., tra le altre, ha assorbito anche le mie ansie contribuendo a far svolgere splendidamente a l’Occidentale la sua prima campagna elettorale.
Fin qui i miei collaboratori abituali. Debbo poi ringraziare “i ragazzi di Raimondo” per quello che hanno fatto a Pisa e non solo; il partito d’Arezzo che mi ha praticamente adottato e quello di Siena col quale abbiamo imparato a conoscerci; Leonardo e i “liberi circolanti” di Firenze, specializzati nell’arte dello “speriamo che me la cavo”. Grazie anche a Benedetta Bellini per avermi seguito, assecondato, cercato d’apprendere con critica disponibilità: una prova di fiducia insomma.
Resta ancora qualcosa d’inevaso. L’incontro più importante? Quello con Khaled Fouad Allam. L’iniziativa più stravagante? In canonica assediato con Ferrara con il quale, come d’abitudine, si marcia divisi per essere colpiti uniti. La capitale della campagna elettorale? Senza dubbio Terranuova Bracciolini. Ci sono passato tre volte; una in più che a Parigi. La sorpresa più bella? La vicinanza della mia famiglia, e non soltanto di quella ristretta.
Infine, l’ultima parola è dedicata ai lettori. Questo diario è iniziato per gioco. Lungo la via qualche volta, non lo nego, è stato anche una fatica. Mi ha però aiutato a non perdere la disponibilità a stupirsi per quel che la vita sa proporti. Più di un lettore mi ha scritto che anche lui, dalla lettura dei commenti quotidiani, ha ricavato un qualche beneficio. Lo ringrazio perché io, all’inizio, non ne ero affatto sicuro. Qualcun altro ha addirittura aggiunto che il diario gli mancherà. Anche a me, lo confesso. E pure questo solo qualche giorno fa non l’avrei mai detto.
Electoral graffiti. Il giorno del voto non solo sms di “in bocca al lupo” e telefonate d’incoraggiamento. I fili del telefono trasmettono anche passione politica autentica (e per fortuna che si è stanchi e disamorati verso la politica!) e l’angoscia per ciò che comunque resta ignoto fino alla fine, alla ricerca di rassicurazione o anche solo di condivisione.
La prima telefonata degna di nota è di mio nipote: “zio, giornata storica. La mia famiglia vota compatta per il PdL!”. Ha 19 anni e va alle urne per la prima volta. Nelle scorse elezioni a casa sua era finita 2 va 0 per la sinistra. Rimonta fantastica in questa specie di partita di ritorno del 2006, ed è stato lui il goleador! Meglio della Fiorentina in Coppa UEFA.
C’è poi chi mi chiama dal seggio. La mia amica Elena chiede una preferenza dell’ultimo minuto per il comune di Roma. Sono ben tre le persone che, invece, chiamano preoccupate perché non trovano Eugenia Roccella nella lista del PdL: vogliono assolutamente votare per lei! Mi colgono alla sprovvista. Neppure io ricordo immediatamente che nel Lazio ci sono due circoscrizioni e che Eugenia è nell’altra. Mi salvo in corner raccomandando di non scrivere assolutamente preferenze sulla scheda della Camera. E garantendo sull’onore: Eugenia sarà comunque eletta!
Non mancano le forzature vere o, più probabilmente, solo millantate. Un amico con i genitori di sinistra, ma anch’essi delusi di Prodi, per vincere le ultime resistenze li ha minacciati di non fargli veder più i nipotini. Ha ottenuto almeno un’astensione. E sempre perché, come si diceva una volta, “il personale è politico”, un’altra amica che ha scoperto un’antica rivale in amore in una lista per la circoscrizione, mi chiede se può annullare la scheda accompagnando alla preferenza il più classico degli insulti (avete presente la sostanza organica?). Le rispondo che se questo può risolvere ed evitarle lo psicanalista, il voto mi sembra comunque ben speso.
Torno dal seggio con mia figlia. Incontriamo un conoscente del palazzo che dichiara di aver votato Pdl al Senato (“è il solo voto che conta”, sostiene e speriamo abbia ragione) e Ferrara alla Camera: “E’ una lista pazza - motiva – Mi divertiva premiarla”. Mia figlia, che aveva appena visto i cartelloni con un numero sterminato di simboli e mi aveva chiesto che senso avessero, lo guarda perplesso e gli dice: “Ma se tutti si divertissero come te, chi lo governerebbe questo Paese?”. M’imbarazzo un po’ ma, in fondo, sono compiaciuto della risposta. Non avrei saputo fare di meglio.
Col pomeriggio hanno inizio i boatos che - ci si può giurare -, si susseguiranno fino all’apertura delle urne. Angelo P. vuole sapere quanto sia affidabile “la corsa dei cavalli” attraverso la quale un sito italiano continua a sfornare sondaggi su base regionale, per cercare di scoprire come andrà a finire al Senato. Al cospetto dei miei dubbi, si consola con i bookmakers inglesi, che oggi danno Berlusconi a 1,19: la quotazione migliore di sempre!
Il direttore di un grande giornale mi avverte, invece, che tra venerdì e sabato notte “ci sarebbe stato un movimento”. Penso a un terremoto ma lui, più semplicemente, si riferisce a uno spostamento di voti. Il Pd avrebbe ora uno svantaggio solo del 2,9. E, dato che alla vigilia delle elezioni del 2006 l’handicap di Berlusconi rilevato dai sondaggisti a suo dire era del 2,4, ne deduce la residua possibilità di un sorpasso in corsa. Scongiuri a parte che, come sosteneva Croce, non fanno mai male, trovo riparo nella saggezza.
Mentre la telefonata va avanti, penso tra me e me: congetture, niente di più. Un modo per non riconoscere, con più semplicità, che un’elezione nazionale presenta sempre un certo grado di imprevisto che solo lo spoglio delle schede può, infine, risolvere. Non so dove abbia termine il tentativo professionistico di fornire fino all’ultimo delle motivazioni per convincere il perplesso, il pigro e l’indeciso. E dove, invece, inizi quel diritto all’illusione per la quale - e per fortuna -, c’è sempre spazio nel cuore degli uomini. Ma perché sforzarsi a rintracciare questa sottile linea di confine? Un’elezione è bella anche per le insicurezze che nessun sondaggio potrà mai annullare.
Ultimi scampoli. Sabato giornata di “chiusure”. A me toccano Montevarchi e Arezzo. Si teme per il tempo, claudicante come se anche lui, giunto alla fine di un periodo massacrante, non ne potesse più. Molta agitazione tra gli organizzatori delle ultime manifestazioni, ma li riesco a tranquillizzare con una considerazione: quella del tempo atmosferico è l’unica par condicio che funziona. Se pioverà per noi, pioverà anche per loro!
Ultimi scampoli. Beppe mi comunica che un piccolo gruppo di amici da lui contattati – poco più della tradizionale sporca mezza dozzina - ha versato un contributo per la mia campagna elettorale. Il pensiero mi commuove. In questi giorni non sono riuscito a sentire nessuno, anche perché convinto che quel che facessi interessasse soprattutto me. D’un tratto avverto sostegno, solidarietà umana e anche, più forte, la responsabilità. Gianni, evidentemente, sapeva tutto. Quando c’era da affrontare una spesa imprevista, io gli chiedevo: ma quanto ci costa? E lui mi rispondeva “tu non ti preoccupare”. Io abbozzavo, anche per non fare la parte del tirchio. Però un po’ mi preoccupavo.
Ultimi scampoli. Ad Arezzo si fa visita alle categorie produttive, industriali e agricoltori. E’ un modo per ringraziarli dell’interlocuzione ricevuta e, soprattutto, d’assumere ufficialmente l’impegno a non sparire. Ci rechiamo in una fattoria-modello alle porte della città. E’ una storia esemplare. Negli anni sessanta i vecchi mezzadri divengono salariati e da allora, innovazione dopo innovazione, l’azienda, commercializzando direttamente i suoi prodotti, riesce a restare sul mercato. E ad aumentare, gradatamente, il numero dei suoi dipendenti fino a portarlo ad 80. L’avversione sociale delle istituzioni non per questo viene meno ma, d’altra parte, la contraddizione resiste e si accresce. Se un giorno la Toscana cambierà volto, sarà anche per questi pionieri.
Ultimi scampoli. Il clima agreste ci porta a parlare d’arance. Maurizio D’Ettore che tra gli altri mi accompagna e che ormai ha con questo diario un rapporto interattivo (ad ogni cosa che ci accade, mi domanda preoccupato “ma non è che domani lo scrivi?”), mi promette di mandarmene un camioncino di quelle calabre (mi convinco definitivamente: è più calabro che toscano!). Penso: “ecco, dopo il carcere di Pisa, ora sono arrivate anche le arance”.
Ultimi scampoli. A Montevarchi chiusura con Bianconi, accanto a una vecchia Ape sulla quale sono montate le trombe. In piazza, sotto le finestre del sindaco, circa 100 persone. Chiusura tenera. Ad Arezzo ancora con Bianconi. In piazza, dopo un buon aperitivo, ancora poco più di 100 persone. Dopo che ne abbiamo dette tante per un mese sono venuti solo quelli impegnati nella campagna che non avranno da domani il problema di garantire la presenza nei seggi. E’ giusto che sia così. Chiusura doverosa.
Ultimi scampoli. Si va a Firenze per riunirsi con gli altri, che confluiscono dalle altre “chiusure” sparse nella regione. Giove pluvio qui è meno clemente. Piove e la temperatura è più fredda. Piazza della Repubblica, con pizza, mozzarella di bufala e tendoni, sembra addobbata a Festa dell’Unità: sarà l’animo comunista del Verdini che, infine, si manifesta. Arrivo quando i discorsi si stanno esaurendo, giusto in tempo per ascoltare Elio Vito gridare “viva il Popolo della Libertà”. Poi si accende il maxi-schermo in attesa di Berlusconi a Matrix e gli ombrelli s’infittiscono. Ogni gol del capo è una piccola ovazione. Più che la fine della campagna elettorale, sembra capodanno. Si attende il conto alla rovescia che sancisca la fine e un nuovo inizio.
Ultimi scampoli. In piazza, mentre mi muovo tra la gente un po’ ciondolante (è la mia andatura tipica ma alla fine della campagna il ciondolamento è decisamente più pronunziato), incontro mia moglie con i miei cugini. E’ una gradita sorpresa. Non sapevo venissero. Un altro stadio del ritorno a casa. Stamattina alla rituale richiesta di come stessero le bambine, mi aveva risposto: “iniziano ad avere nostalgia del papà”. Ed io avevo commentato: “Finalmente!”. Quando le rivedrò, però, saprò cosa dire loro. Anna Elisa qualche giorno fa al telefono, dopo che le avevo raccontato le mie giornate, mi aveva chiesto: “Papà, ma tutto questo serve a qualcosa?”. Ero rimasto meravigliato della sagacia e perplesso. Nei giorni seguenti ci ho pensato non poco. Ora che tutto è finito, anche prima di conoscere i risultati, potrò risponderle: “Si, a qualcosa è servito”.
The day after la manifestazione giungono segnali positivi. Mi chiama al telefono un alto dignitario della cultura di sinistra. Mi dice il peggio possibile sul governo per quel che ha fatto per l’università, anche in questi ultimi giorni. E poi, con sostenuta leggerezza, fa cadere lì: “Ma al Senato, se in Toscana si vota per il tuo partito, si vota anche per te?”. Non ha bisogno di una conferma. Per questo, lo ringrazio direttamente. E’ un buon viatico per la visita al rettorato di Siena al termine della quale un collaboratore del rettore mi porta di fronte a una bacheca in cui sono esposti ritagli stampa che riportano liti furiose tra l’amministrazione e la CGIL. E mi fa: “Berlusconi dice che siamo un’università rossa. Lo vede come ci trattano? Glielo dica che qui le cose stanno cambiando”. Lo rassicuro: questo, appena possibile, non mancherò di dirglielo, veramente!
Finiti gli incontri in città, si parte lungo i sentieri dei nidi di ragno del Chianti. In queste colline benedette da Dio e conquistate da un regime illiberale che tutto pretende di controllare - tranne l’aria che è così fine da riuscire a sfuggire -, vi sono disseminate alcune persone che hanno resistito e che continuano la resistenza. In termini di voti non è gran cosa ma è un impegno morale recarsi da loro, ascoltarne i problemi, cercare di organizzarne la presenza.
In programma ci sono tre tappe. La prima è in una trattoria, al limitare delle provincie di Siena e Firenze. Le persone che incontriamo sono genuine come il cibo. Dopo la fine della Dc, soltanto ora si stanno riannodando le fila di un’opposizione appena organizzata. Da uno scampolo di conversazione comprendo come la determinazione non manchi. Si parla di caccia, anch’essa utilizzata come arma per estendere il controllo sociale. E il capotavola butta lì: “quest’anno poi, non solo le vessazioni, è anche andata male. Di cinghiali se ne sono ammazzati solo 130”. Gli chiedo se il dato si riferisse a tutto il paese. Mi dice che è il numero di capi della sua sola squadra. Gli propongo un patto: ogni cinghiale abbattuto un voto conquistato. Lo accetta. Se lo rispetterà, la prossima volta si conquista il comune!
Sulla strada per raggiungere la seconda tappa, nella piana, scorgo un silos di inusitata altezza e di sicura bruttezza. Chiedo a Renzo che mi accompagna a cosa serva. Mi dice che avrebbe dovuto essere utilizzato per conservare dei liofilizzati derivati da un brevetto messo a punto molti anni addietro. E’ stato finanziato con i soldi del Monte dei Paschi ma non ha mai funzionato. Così, resta un monumento all’inutilità: simbolo anch’esso di un regime che si sente tanto forte da potersi permettere di ostentarlo.
La seconda riunione dei resistenti si svolge in un frantoio, accanto al quale è parcheggiato uno dei camper utilizzati dal Popolo della Libertà per questa campagna. “Non poteva non esserci”, dichiara uno dei presenti. Gli chiedo perché e mi dice che io sarei il fiduciario del mezzo. Lo ignoravo e la cosa un po’ mi preoccupa. Il gruppo qui è più organizzato ma si sente non meno vessato. Mi colpisce l’intervento che m’introduce: “Senatore, qui viviamo forse anche peggio che nelle trincee!”. C’è certamente una dose di autocommiserazione ma la potenza dell’esclusione sociale in queste terre si fa veramente sentire come se gli anni non fossero trascorsi. Vallo a dire a queste persone che Veltroni sta voltando pagina. Ti ridono in faccia. La si può mettere come si vuole ma c’è un dato di realtà del quale chi fa politica da queste parti non può non tenere conto: per questa regione, in fondo, la scelta è rimasta quella del ’48. E se si viene su queste colline si tocca con mano quanto vero ci sia ancora in questa sensazione.
L’ultima tappa è la più sorprendente. L’appuntamento è al municipio ma per una via sterrata ci si avvia verso un agriturismo che sorge discreto nel mezzo del paradiso terrestre. Nella sala da pranzo, una tavola imbandita, grandi vassoi di formaggi e salumi, vini pregiati e, a capo tavola, il proprietario vestito di tutto punto con alla sua sinistra un enorme quanto innocuo molosso. Capisco che è della partita; una sorta d’eminenza grigia. Il contrasto tra i volti e gli abiti dei commensali è roba degna della penna di Piero Chiara. Mi chiedo cosa tenga insieme quei due mondi così distanti, quelle facce così diverse, quel modo così differente di concepire il vestirsi. Mi rispondo: è l’anticomunismo esistenziale. Di esistenze certamente diverse che per caso si sono incrociate su una collina del Chianti.
Il giro si conclude in Piazza del Campo, dove si chiude la campagna di Siena. Ci si arriva di corsa. Ma quando si sbuca dalla stradina laterale e ci si trova al cospetto del Palazzo, il cuore fa un tuffo in se stesso. Si finisce in bellezza. Aperitivo all’aperto, tanta gente quanta raramente si era vista prender parte a qualcosa che non fosse di sinistra. Discorsi brevi e tanta allegria. Qui, insomma, le sensazioni sono buone. Come mai, forse, lo sono state in passato.
Si scappa ancora verso Montecatini, dove Alberto La Penna pare abbia messo a sedere più di 800 persone per la cena di chiusura: più degli elettori di alcuni dei comuni del Chianti oggi visitati. Sulla strada, però, ci si ferma a Certaldo per un saluto ad un’altra cena di chiusura. Accade una cosa per me degna di nota, che in un diario merita un cenno. C’è tra i presenti anche un sacerdote col quale m’intrattengo brevemente. Conosce perfettamente l’attività di Magna Carta e ha parole di grande apprezzamento. Non c’è tempo, però, di approfondire la conversazione perché Montecatini è distante. La serenità del suo sguardo mi ha colpito e quando siamo in macchina chiedo notizie a Benedetta Bellini, che è di queste parti. Mi parla con grande afflato di lui, mi dice il nome e, soprattutto, il soprannome: il Paf. Mi si spalanca un mondo. E’ l’amico dei quali i miei cugini di Firenze Danae e Natale mi hanno parlato per tanti anni in termini tali da provocarmi una viva curiosità di conoscenza. Percepisco qualcosa di speciale nella casualità di questo fugace incontro. Mi piacerebbe tornare indietro, ma non si può. A Montecatini si arriva in contenuto ritardo. E’ da qui che il diario era iniziato. Vuol dire che sta veramente finendo.
Doveva accadere. La sveglia mercoledì mattina non è suonata o, per la precisione, la suoneria del telefono dell’albergo, alla bisogna, si è rivelata guasta.
Alle 8,30 mi chiama sul cellulare Gianni Clemente e mi dice: “faccio il check-out per te?”, un modo indiretto per farmi notare: “guarda che sei in ritardo, il treno per Pisa parte tra 20 minuti”. Faccio appena in tempo a confessargli di aver aperto gli occhi in quel momento che mi precipito in bagno, mi lavo i denti, m’infilo pantaloni e giacca, chiudo il bagaglio e mi fiondo fuori dalla stanza, senza nemmeno farmi la barba. Mi riassetterò solo quattr’ore più tardi a casa di Raimondo Cubeddu, anche grazie a un rasoio elettrico. Non lo usavo dai tempi delle prime rasature; allora me lo prestava mio padre e il ricordo, nei lunghi minuti necessari al tentativo di togliere almeno qualche pelo, mi muove qualcosa dentro.
Il treno che Gianni ha scelto è ancora più lento di quello che domenica ci ha portato ad Orbetello. Non può ambire a occupare un binario di quelli che hanno inizio sul piazzale principale. Raggiungerlo in tempo, dunque, è una corsa pazza; una sorta di pedaggio preventivo pagato alla sua lentezza. L’umore, lo confesso, non è dei migliori.
Giunti a Pisa, però, cambia tutto. Ho deciso di assistere a una cerimonia nel carcere per l’intitolazione del polo universitario a Renzo Corticelli: il professore che lo ha diretto fino al tempo della sua morte. Cerimonia toccante. Dopo, però, chiedo al direttore di visitare l’istituto di pena in tutti i suoi reparti: dopo aver visto le cose belle voglio vedere anche quelle meno gradevoli. Non è la prima volta che mi reco in una casa circondariale utilizzando per ciò le prerogative di parlamentare. E la situazione di Pisa, comparativamente, non è delle più disastrate. Il centro medico, addirittura, è un fiore all’occhiello provvisto persino di una tac. Ma se la sezione “penale” regge, anche qui quella giudiziaria è allo sfascio. Manca l’aria e in celle da due metri per due con bagno a vista vi sono, di norma, tre detenuti. Laddove dovrebbe essercene uno solo.
Familiarizzo con ispettori e guardie giurate. Mi raccontano di quando c’era “il detenuto modello”: “allora era un via vai continuo di parlamentari, giornalisti italiani e stranieri. Non si sapeva più come fare. Alcuni fra noi svolgevano ormai lavoro di segreteria a tempo pieno, cercando di raggruppare gli impegni per intralciare il meno possibile con le esigenze ordinarie”. Non ce l’hanno con Sofri. Riconoscono che grazie alla sua attenzione - e all’attenzione su di lui - , il carcere ha ricavato dalle istituzioni cose altrimenti impossibili. Tra tutte, un campo da calcio: quella a cui più tengono. Assai di più ce l’hanno con quei parlamentari così assidui nelle frequentazioni finché su quel carcere si estendeva la luce riflessa della ribalta e poi scomparsi nel nulla. Un’ispettrice mi dice: “Lei è il primo che si fa vedere da quando non è più qui”. Non ho controllato se è vero. Ma di certo non c’è più bisogno di tenere l’agenda degli appuntamenti.
Il personale sembra sinceramente dalla nostra parte, così come accade sempre quando si esce dal mondo del fantastico per approdare alla concretezza delle cose vere. Non ho ricevuto mai tanti incoraggiamenti. Ce l’hanno col governo della sinistra e salvano solo il sottosegretario Manconi: “era uno che ci credeva!”.
Ricevo conferma di una sensazione che avevo già avuto a Rebibbia: nelle carceri la condizione di personale e detenuti è legata da una catena invisibile. Solo visitando questo mondo lo si comprende fino in fondo e ci si rende conto di come, per umanità, oltre a chi è recluso bisogna sempre tener d’occhio la condizione di quanti - quasi sempre troppo pochi - nel carcere si trovano dall’altra parte. Mi chiedono di tornare per una riunione sui loro problemi. Prometto di farlo entro il mese di maggio.
Uscendo dal portone principale vedo sull’altro lato del marciapiede Raimondo Cubeddu, Antonio Masala e un loro collega giunto da fuori per l’iniziativa sull’università del pomeriggio. Seguono baci e abbracci. Chi avesse visto la scena dall’esterno, li avrebbe scambiati per parenti che ritrovano il congiunto appena rilasciato.
Così finisce il primo tempo. Nell’intervallo una breve visita dal Rettore (quando posso, mi ricordo sempre della mia istituzione d’appartenenza) e un dibattito televisivo. Il secondo tempo prevede, nel pomeriggio, la manifestazione nazionale del PdL sull’università, predisposta insieme ai giovani universitari di Forza Italia e ad Azione Giovani. Il titolo è emblematico: "The day after. Come salvare l’università dopo il disastro di Mussi”. La scelta di Pisa non è meno evocativa. E’ la città della Normale, dove Mussi ha studiato. E’ la città del rettore Modica suo sottosegretario e responsabile di alcuni dei provvedimenti di questi due anni. E’ la città dove si è formata una parte considerevole di quei giovani comunisti oggi classe dirigente egemone. Ho un po’ d’apprensione. Il tema è di quelli veramente importanti ma che di solito non scalda i cuori. La sala del palazzo dei congressi è grande: si riuscirà a riempirla a quattro giorni dalle elezioni?
Dubbi legittimi, che svaniscono quando s’inizia. La sala è piena per tre quarti. La manifestazione un mix riuscito: ci sono interventi politici come quello di Valditara e il mio, altri competenti come quello dei professori Grassini e Soldani e, infine, le suggestioni di studenti che Cubeddu coordina (“i ragazzi di Raimondo”) che promettono di essere più inflessibili della signora Thatcher. Guardando la sala dal basso mi sembra una sintesi tra un luogo per conferenze e un palazzetto dello sport. Riflette, insomma, la natura dell’iniziativa: un po’ manifestazione politica un po’ convegno. Penso: “con trenta persone in più tutto sarebbe stato perfetto. Un buon viatico affinché, la prossima volta, su questi temi si faccia veramente una manifestazione di massa di studenti che dicono basta con quarant’anni di politicamente corretto. Sarebbe il modo migliore per celebrare a modo nostro il quarantennale del Sessantotto”.
Dopo la manifestazione un buffet, in verità non all’altezza dell’evento: tramezzini un po’ molli, crostini insipidi. Lo faccio notare a Raimondo e lui mi dice che la ditta è stata imposta al momento dell’affitto della sala, per contratto. D’un tratto mi ricordo che siamo nella Stalingrado d’Italia. I trenta posti vuoti svaniscono e capisco che per aver portato 200 giovani a un evento di questo genere, “i ragazzi di Raimondo” hanno compiuto un vero miracolo.
Ben presto anche l’ultimo residuo del malumore mattutino mi abbandonerà. Anche perché c’è il tempo e la possibilità di cenare tra amici mettendo i piedi sotto un tavolo. Oltre a Gianni e a me ci sono Benedetta Bellini, Maria Elena, Claudia e Cristiana venute a dare man forte da Roma. Una vera cena non ufficiale: non so più da quanto tempo non accadeva. L’effetto sulla mia stanchezza è più forte di quello che avrebbero prodotto tre ore di sonno. Arrivo così a Siena all’una e mezza. Forse ci sarebbe altro da raccontare ma, nonostante la carica d’energia che la cena mi ha dato, sono troppo stanco. Il giorno dopo si attacca alle 8,30 e questa volta nessuna suoneria guasta mi salverà. Buonanotte.
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