Questa campagna elettorale si è aperta con i rifiuti campani sullo sfondo. E si sta chiudendo con Alitalia ancora in mezzo al guado dopo il fallimento di una proposta non commendevole per un Paese che conserva ancora delle ambizioni; con un crescendo di violenze che da ultimo hanno avuto come bersaglio Giuliano Ferrara; con il “pasticciaccio brutto” del Viminale. Se non è proprio roba da terzo mondo, di certo rende ancora più palpabile il senso del declino.
E’ per questo che, se nel corso della campagna sono cambiati toni e propensione dei due schieramenti principali, il proposito di riformare lo Stato insieme, a prescindere da chi vincerà, non è mai stato messo in dubbio. E’ la consapevolezza che, per uscirne, non si può più evitare di partire dalle fondamenta. A maggior ragione se la crisi economica si fa grave, la situazione sociale si esaspera, lo scontro politico fa intravvedere derive eversive pericolose. La riforma delle istituzioni, insomma, non è una priorità: è la premessa per assicurare al Paese un governo all’altezza delle sfide che lo attendono. E bisogna far presto.
L’opera di riforma bipartisan consta di tre capitoli principali: revisione dei regolamenti parlamentari, modifica della legge elettorale, riforma della Costituzione. Sui primi due, al di là delle polemiche di giornata, non si parte da zero.
Per quanto concerne i regolamenti, c’è accordo per far sì che vi sia più corrispondenza tra partiti e gruppi parlamentari, che il governo sia messo nella condizione di portare più facilmente in discussione le sue proposte e che al Parlamento – e in particolare all’opposizione – siano concessi maggiori poteri di controllo.
Sulla riforma elettorale la direzione sembra essere quella “spagnola”, profilatasi già alla fine della scorsa legislatura: dare più forza ai partiti maggiori protagonisti di una regolata dinamica conflittuale, ma non eliminare dal gioco né i partiti più piccoli né tanto meno le forze radicate in una parte specifica del territorio nazionale. Si tratta, insomma, di secolarizzare quanto già in gran parte si è fatto con le scelte di schieramento che hanno preceduto questa campagna elettorale, contemperando, per il possibile, le esigenze di governabilità con quelle della rappresentatività. Non sarà una passeggiata ma non è impossibile.
Resta la riforma della Costituzione, per la quale bisogna indicare un metodo e definire un’agenda. Per quanto riguarda il primo, una suggestione mi è provenuta da una visita pre-elettorale svolta in Francia, ospite dei vertici dell’UMP. Dai numerosi incontri ho tratto una convinzione: in Italia si è parlato troppo del “rapporto Attali”, che in coscienza mi è parso un catalogo di riforme non privo di una certa banalità. Mentre è passato quasi inosservato il lavoro della “Commissione Balladur” che ha avuto il compito di mettere a punto la riforma della Costituzione. E’ stata composta da politici di grande esperienza di entrambi gli schieramenti (Balladur stesso e Jack Lang, ad esempio), da giuristi e da “pratici” del diritto. Ha lavorato per alcuni mesi in modo serrato. E dopo una lunga discussione ha votato una sola volta all’unanimità il rapporto finale, per poi trasmetterlo al governo che a sua volta è pronto per sottoporlo alla discussione delle Camere.
A questo punto, certamente le difficoltà non mancheranno. Ma vi sono aspetti sia di metodo che di merito per i quali l’esperienza francese in Italia non dovrebbe passare inosservata.
Per quanto che riguarda il metodo, quello seguito dalla Commissione Balladur consentirebbe di sveltire non poco l’iter e, soprattutto, tenerlo al riparo dall’influenza degli interessi corporativi che rischiano di minare alla base ogni serio tentativo di riforma. Veltroni dovrebbe saperlo meglio di ogni altro: la sua proposta di riforma elettorale, elaborata da Vassallo e accettata da Berlusconi, è fallita per gli slittamenti progressivi ai quali è stato costretto a causa delle spinte “corporative” delle diverse componenti del suo schieramento.
Anche per quanto riguarda il merito, però, il “rapporto Balladur” non è privo d’interesse. E’ il tentativo di secolarizzare il “presidenzialismo possibile” restando nello schema della V Repubblica. Per questo, rafforza la corrispondenza tra Presidente e maggioranza parlamentare già prodotta dal “quinquennato” e ripartisce meglio i poteri tra il Presidente e il Parlamento, accrescendo quelli di quest’ultimo che in Francia sono attualmente assai limitati.
Anche noi abbiamo la necessità prioritaria (anche se non esclusiva) di razionalizzare ciò che nei fatti si è già prodotto: nel nostro caso, rendere efficiente il governo del premier. Per questo, dovremo muoverci in una direzione per molti versi opposta a quella dei nostri cugini transalpini, con lo scopo, però, di giungere a un approdo non troppo distante.
Il “rapporto” non consiste solo in questo, ma questo è essenziale. Dopo un’esposizione minuziosa e i calorosi saluti per Berlusconi, Balladur mi rinnova per l’ultima volta un’esortazione: fate presto! Dal colloquio esco con una convinzione e con una preoccupazione. Ho sempre ritenuto che nel ’95, eleggendo Chirac in sua vece, la Francia abbia perso una grande occasione; ora ne sono certo. Con riferimento alla sua ultima fatica, penso che, come ora si usa dire, “si può fare”. Anche in Italia. Il problema maggiore? Trovare un Balladur italiano.