Rivendicare un ruolo pubblico per la religione non significa certo volere Chiese che facciano da ancelle al potere politico. Per questo vanno rispettate le opinioni che provengono da esponenti della Chiesa, sia quando queste rafforzano le posizioni della propria parte, sia quando invece le contrastano. Ma rispetto vuol dire anche essere disposti al contraddittorio quando proprio non si è d'accordo.
E' questo il caso dell'intervista sulla sicurezza a Milano rilasciata a La Repubblica dal cardinale Dionigi Tettamanzi. Detto senza giri di parole, ci è sembrata una intervista irresponsabile, di quelle che veicolano un residuo antico di sovvertivismo antistatale che da tempo dovrebbe aver abbandonato la Chiesa italiana. Non si contesta certamente il fatto che la Chiesa si rivolga ai più deboli e che ricerchi un rapporto con loro anche quando questi sono colpevoli e ancor più quando sono disperati. Ma questo rapporto non può svilupparsi al riparo dal rispetto del principio di realtà.
A cosa serve, come fa Tettamanzi, stigmatizzare la paura, la solitudine, la difficoltà dell'incontro, se non si cala tutto ciò nelle drammatiche condizioni di alcuni quartieri delle grandi città dove, purtroppo, accade sempre più di sovente che gli incontri possano veicolare violenza, aggressioni, reati odiosi come lo stupro, a volte persino l'omicidio, dove gli anziani vivono quotidianamente esposti al pericolo? Può essere sufficiente, di fronte alle vittime della violenza, spiegare loro come fa l'arcivescovo di Milano che alcune misure, talvolta anche drastiche ma di certo esemplari, "aumentano il senso di smarrimento e di solitudine", e che "la solitudine cessa se si sperimenta la bellezza dell'incontro"? Affinché l'appello alla ricerca della bellezza formulato dal Cardinale abbia un senso non snobistico, è necessario che si abbia lo spazio interiore per ricercarla al netto delle preoccupazioni che le nostre metropoli trasmettono con crescente urgenza. Altrimenti si tratta di un appello che sa di salotto radical chic.
Per evitare questa deriva, la Chiesa dovrebbe agevolare in tutti i modi per lei possibili l'affermazione e il rispetto del principio di legalità, e trovarsi accanto a quei pubblici ufficiali - non importa di che colore politico essi siano - che con fatica nelle nostre città stanno combattendo per affermare tale principio. Solo così la Chiesa potrà svolgere effettivamente il suo ruolo di consolatrice dei più deboli e di quanti si ritrovano ingiustamente nel ruolo delle vittime.
E solo se farà questo essa potrà chiedere al potere politico, dopo che sia stata riportata sotto controllo una situazione che rischia di sfuggire di mano, di pensare anche e soprattutto all'integrazione di quegli immigrati che sono in regola con la legge, sono giunti in Italia con l'intenzione di lavorare, e che oggi si trovano spesso in situazioni al limite della dignità umana.
Noi sappiamo che subito dopo aver varato i provvedimenti per restituire sicurezza al nostro Paese ci attende questa sfida. E sappiamo pure che il problema dell'immigrazione non può risolversi solamente agendo sul terreno della repressione. Per questo l'approvazione delle norme contenute nel pacchetto sicurezza non è altro che il primo passo di un percorso più lungo, durante il quale avremo bisogno di chi ci pungola e di chi ci critica per ritardi o omissioni. Ma chi lo fa, deve responsabilmente assieme a noi operare tutto il possibile affinché la premessa di ogni discorso, che è il rispetto della legalità, venga ripristinata. Chi si assolve da questo compito perde anche la possibilità di compiere una doverosa opera di stimolo e, se del caso, anche di dura critica.