Caso Englaro, difendiamo lo stato di diritto

Corriere della Sera

C'è un convitato di pietra nel dibattito aperto su queste pagine a proposito di Eluana Englaro, dell'eutanasia e del testamento biologico, della politica e dei temi cosiddetti "eticamente sensibili". E' lo stato di diritto, che dovrebbe stare a cuore allo stesso modo a tutti gli interlocutori che con opinioni diverse mi hanno preceduto. A prescindere da quel che si pensa del merito delle sentenze della Cassazione e della Corte d'Appello di Milano - e personalmente ne penso male -, dai liberali e dai democratici di ogni orientamento, qualunque opinione si abbia sulla vita e sulla morte, ci si sarebbe aspettata una strenua difesa del diritto a far valere le proprie opinioni nell'unica sede costituzionalmente deputata all'approvazione delle leggi: l'assemblea parlamentare.

Invece, Benedetto Della Vedova e Ignazio Marino si sono trovati concordi nel ritenere che da parte dei giudici che hanno autorizzato la sospensione del trattamento di idratazione e alimentazione non vi sarebbe stata alcuna invasione di campo. Di fatto, una implicita contrarietà rispetto all'iniziativa che con il presidente Cossiga e altri colleghi del PdL stiamo portando avanti: una mozione che solleciti il Senato a sollevare un conflitto di attribuzione contro la Corte di Cassazione affinché sia restituito al Parlamento ciò che è del Parlamento. Vale a dire il diritto esclusivo di scrivere le leggi, compresa quella sul testamento biologico, se, quando e come la maggioranza dei rappresentanti del popolo lo riterrà all'esito di un confronto già animato da diverse proposte normative.

Altri meglio di me hanno approfondito gli aspetti giuridici del grave vulnus inferto dalla Cassazione al principio della separazione dei poteri. Dal canto mio, vorrei contribuire al confronto sollevando alcuni interrogativi che trascendono i confini tra destra e sinistra, maggioranza e opposizione, credenti e non credenti, laici e laicisti. Non sarebbe stato ragionevole attendersi dalla Cassazione un maggiore self-restraint e un riferimento alle normali e abituali pratiche mediche? E' così irrealistico temere che la sentenza della Suprema Corte, inopportunamente lunga e dettagliata, possa condizionare il Parlamento? E si può veramente accettare senza batter ciglio che su una materia così delicata il percorso decisionale sia sottratto a chi detiene la rappresentanza popolare? E ancora: se si lascia che Eluana Englaro muoia di fame e di sete per sentenza, e lo si considera legittimo, non si corre il rischio di accreditare l'idea che una legge non serva non perché sono sufficienti le norme attuali, ma in quanto la decisione può essere demandata caso per caso all'autorità giudiziaria?

Un'ultima questione chiama in causa direttamente noi parlamentari, e in particolare quelli del centrodestra. Dopo essere saliti sulle barricate per difendere le prerogative del legislatore dall'indebito condizionamento del Csm, non si può tacere di fronte alle dichiarazioni attribuite dal Corriere della Sera alla presidente della sezione della Cassazione che ha giudicato il caso Englaro. Era il 17 ottobre del 2007, e il giudice affermava: "Come nella vita anche nella morte esistono diritti insopprimibili e inviolabili che esigono una protezione immediata. Una protezione che non esiste per legge. E per la quale noi abbiamo cercato di dare una risposta". A questo punto una risposta istituzionale tocca a noi, in difesa del popolo italiano e della sua sovranità. Comunque la si pensi sull'eutanasia.

15/07/2008