Caro Polito, non possiamo lasciare che siano i giudici a fare le leggi

Il Riformista

Caro direttore,

interrogandoti su Eluana Englaro e sulla possibilità che la vita e la morte possano essere regolamentate attraverso codici e cavilli, lei è giunto alla conclusione che su queste materie sia meglio che il potere politico faccia un passo indietro, e che ogni singola e irripetibile vicenda umana venga sottratta al burocratico e inevitabilmente asettico discrimine della legge. Non ho problemi ad ammettere che su questo terreno anche a mio avviso la superfetazione normativa è più spesso un male che un bene. La storia di Piergiorgio Welby ne è una dimostrazione efficace; e il proscioglimento del medico che ha posto fine alla sua vita dimostra che l'accanimento di chi ha fatto del suo corpo una bandiera è stata innanzi tutto sovrastruttura ideologica.

Fin qui, caro direttore, siamo nel campo delle idee, e ciò che si può rilevare nel mio come nel suo caso è il comune riferimento alla cultura anglosassone che irradia i Paesi del common law. Ma ciò che l'attualità presenta ai nostri occhi impone una riflessione ulteriore, che si misuri con la realtà dei fatti. Non solo perché in molti dei Paesi in cui vige il common law i giudici detengono una legittimazione democratica che deriva loro dall'essere - direttamente o indirettamente a seconda dei casi - espressione della rappresentanza popolare. Ma anche, e soprattutto, perché il problema che Eluana Englaro ci pone non è scegliere se inserire o meno nel nostro ordinamento una legge che disciplini l'ultimo stadio della vita umana; quanto, piuttosto, decidere se a legiferare in Italia debbano essere i giudici, che nel nostro Paese non sono portatori di alcuna rappresentanza, o il Parlamento democraticamente eletto dai cittadini. Non si tratta di un'esagerazione: basta leggere la sentenza della Suprema Corte, così inopportunamente lunga e dettagliata, per rendersi conto che siamo ben lontani da quel self-restraint che sarebbe stato ragionevole attendersi, e ben oltre il riferimento alle consuete e normali pratiche mediche.

Sarebbe un grave errore plaudere al pronunciamento della Cassazione, e a quello della Corte d'Appello di Milano, pensando da un lato che attraverso queste sentenze abbia trovato soluzione una drammatica e privatissima vicenda, e dall'altro che sia stato applicato un principio liberale. Non è così: dietro il paravento del principio di autodeterminazione condotto fino alle sue estreme conseguenze, si nasconde il pericolo di concedere la potestà di fare le leggi a chi non è legittimato a farlo, né dalla Costituzione, né dai cittadini.

Un'ultima considerazone vorrei riservarla ad un paradosso tutto italiano. Nel nostro Paese, infatti, esiste una nutrita schiera di autoproclamati paladini della più austera ortodossia costituzionale, al punto da chiedere che la Carta e i suoi precetti diventino ancora più rigidi di quanto attualmene sono. Li abbiamo visti in azione anche in tempi recenti. Si dà il caso, però, che per queste vigili e irreprensibili sentinelle la rigidità della Costituzione valga sempre tranne che in due circostanze: quando il Csm cerca di entrare a gamba tesa nell'attività del Parlamento esprimendo pareri non richiesti e spingendosi ad emettere pseudo-sentenze di incostituzionalità; e quando, sui temi cosiddetti "eticamente sensibili", una sezione di Cassazione - cui peraltro spetta il giudizio di legittimità e non di merito - si arroga il diritto di legiferare al posto dei rappresentanti del popolo. Di fronte a questi attentati al principio della separazione dei poteri non mi pare d'aver letto alcun indignato appello da parte dei numi tutelari dello spirito dei costituenti. Scambiare il loro silenzio per un'apertura nei confronti del sistema anglosassone sarebbe un'imperdonabile ingenuità. Più prosaicamente, si tratta di opportunismo.

16/07/2008
Visconti