Eluana, dietro l'assenza del Pd forse c'è un'apertura

Il Riformista

Ci sono vicende che riguardano il privatissimo dolore delle persone ma a causa delle loro conseguenze hanno una grande rilevanza pubblica e un'innegabile ricaduta sulla convivenza civile. Il caso di Eluana Englaro ne è un esempio emblematico.

Posto di fronte a queste situazioni, chi è investito della rappresentanza del popolo sovrano ha due strade davanti a sé. Può rispettare profondamente il dramma umano, senza per questo omettere di intervenire sulle conseguenze pubbliche che esso implica, esercitando così fino in fondo la propria responsabilità. Oppure si può trincerare dietro un rispetto formale e andare avanti, anche a costo di abdicare al proprio ruolo.

Leggendo quanto ha scritto ieri su queste pagine, mi sembra evidente che Vannino Chiti appartenga alla seconda scuola di pensiero. Non mi stupisce particolarmente. La scelta si comprende alla luce della storia politica e della tradizione culturale dalle quali Chiti proviene. Quel che invece trovo stupefacente è che chi manifesta questo tipo di approccio possa accusare di cinismo quanti hanno sempre distinto con rigore la dimensione privata del dramma umano di Eluana Englaro e le scelte dei singoli dalla dimensione pubblica che gli sviluppi giudiziari della vicenda hanno evidentemente e prepotentemente assunto.

Mi riferisco alla sentenza della Corte di Cassazione. In gioco non ci sono le convinzioni politiche o il credo religioso, e non c'è nemmeno l'opinione che ciascuno può nutrire sull'eutanasia, sulla vita e sulla morte o sulle dichiarazioni anticipate di volontà. In gioco c'è il fatto che sono stati ampiamente superati, su un tema delicatissimo, i normali confini della discrezionalità giudiziaria e della potestà interpretativa che certo spetta ai giudici.

La sentenza della Cassazione, infatti, non si è limitata - come avrebbe dovuto - a rispondere all'istanza di un cittadino rifacendosi, in assenza di una specifica legge di riferimento, alle norme e ai principi dell'ordinamento vigente e alle migliori pratiche mediche. Ha fatto molto di più: ha stabilito che la volontà del paziente in stato di incoscienza possa anche essere ricavata dal suo stile di vita. Ed è intervenuta in maniera assolutamente apodittica e assertiva sul punto sul quale il Parlamento si divide: se, cioè, alimentazione e idratazione artificiali debbano o meno essere considerate trattamenti sanitari. Ne risulta una sorta di ribaltamento dell'onore della prova: sviluppando in concreto il ragionamento della Cassazione, non sarebbe più il medico in scienza e coscienza a dover tenere conto di eventuali dichiarazioni pregresse del paziente non più in grado di esprimersi; al medico, in assenza di un cosiddetto consenso informato, sarebbe di fatto vietato alimentare, idratare e curare il malato!

E' una sentenza abnorme, ancor più perché discostandosi dall'ordinamento vigente lede le prerogative parlamentari, cosa che al vicepresidente del Senato non dovrebbe sfuggire. Quanto alla "sfida" di porre alcuni paletti legislativi ai problemi relativi alla fine della vita, non sfuggirà al senatore Chiti che la scelta di elevare un conflitto di attribuzione per riappropriarsi degli spazi che la Costituzione assegna al legislatore è il necessario presupposto di un'assunzione di responsabilità che ci deve portare in tempi brevi a legiferare, affrontando il problema delle dichiarazioni anticipate di volontà nel più ampio contesto del "fine vita" per comprendere anche aspetti come l'accanimento terapeutico, le cure palliative e l'assistenza ai malati terminali. Tutto ciò per evitare due rischi contrapposti ma ugualmente preoccupanti: che la sentenza della Cassazione venga intesa come riferimento ineludibile per la giurisprudenza e traccia per il legislatore; o che venga considerata una sentenza come le altre, destinata ad essere smentita o confermata da successivi pronunciamenti in un far west in cui i vari casi vengono risolti non in base al diritto ma in base alle propensioni ideologiche e ai convincimenti filosofici di chi si trova a giudicare.

Di fronte a questo percorso non ci convincono le argomentazioni del senatore Chiti sul comportamento del Partito democratico. Se si è radicalmente contrari a una decisione, infatti, si vota coerentemente contro. Nella scelta del Pd di non partecipare al voto di oggi preferiamo vedere un'apertura, sebbene critica, alle ragioni di un'iniziativa che sarebbe giusto non valutare solo col criterio del successo o dell'insuccesso di fronte alla Corte Costituzionale, ma come viatico per una possibile collaborazione su un tema che non può lasciare nessuno indifferente.

01/08/2008