Eluana e conflitto di attribuzione, ecco perché il PdL si è assunto le sue responsabilità

Signor Presidente, colleghi senatori, signori del governo,

l'appuntamento di oggi è di quelli che esaltano il ruolo di legislatori che la Carta Costituzionale ci assegna e che esercitiamo in nome e per conto del popolo sovrano.

Vi sono momenti storici nei quali l'agenda della politica si modifica sensibilmente; momenti nei quali di quest'agenda entrano a far parte problematiche e situazioni che fino a poco tempo prima occupavano uno spazio marginale nel dibattito pubblico e non richiedevano l'intervento regolatore della legge. In questi momenti di profonda trasformazione accade che possano mutare gli schieramenti e che si possano ricatalogare i convincimenti dei singoli.

Nel nostro tempo i progressi della scienza e della tecnica, e il tramonto di una sfida ideologica incentrata sulla questione sociale, hanno contribuito a iscrivere durevolmente nell'agenda politica problemi che investono le dimensioni più intime dell'esistenza, fino a interessare l'origine della vita e il confine tra la vita e la morte. Siamo di fronte a quella che è stata autorevolmente definita una sfida antropologica. Sfida che ripropone in modo inedito il conflitto di fondo tra libertà e costruttivismo che ha attraversato la politica sin dai suoi fondamenti teorici e dalle sue origini più antiche.

Di fronte a questo cambiamento epocale è necessario molto equilibrio. Anche perché le nuove grandi questioni che giungono ad alimentare il dibattito e lo scontro politico sono assai spesso legate a situazioni di estrema sofferenza, che richiedono tratti di indispensabile delicatezza e un preventivo rispetto per le scelte dei singoli.

Tale rispetto, però, non può tradursi in una obbligatoria astensione dall'intervento da parte dei rappresentanti del popolo sovrano. In caso contrario ci porremmo in una condizione di omissione colposa, dal momento che il nostro ruolo ci impone di considerare i risvolti sociali e le ricadute sulla convivenza umana che possono derivare da situazioni particolari, anche da vicende che presentano tratti privatissimi e che affondano nella coscienza degli uomini, laddove è giusto non addentrarsi mai col giudizio.

Accanto al rispetto per le scelte dei singoli, dunque, serve la giusta determinazione nell'affrontare le conseguenze pubbliche di tali scelte. A meno di non volere, senatore Marino, dopo che ci è stato proposto di rinchiudere la fede - per chi ha questo dono - nel ghetto della coscienza individuale, che si arrivi a ritenere si debba fare lo stesso anche per il giudizio politico!

La vicenda di Eluana Englaro costituisce uno spartiacque, una autentica svolta per il tipo di problemi di cui oggi ci stiamo occupando. Essa fa venir meno un'illusione che anch'io, almeno in parte, ho a lungo nutrito: l'illusione che su queste situazioni, ognuna diversa dall'altra, ci si potesse astenere dall'intervenire fissando per legge paletti e limiti, lasciando che a orientare la decisione in quella zona grigia in cui questi drammi si diversificano l'uno dall'altro fosse quel rapporto tra medico e paziente - o, quando questo è impossibile, tra il medico e i familiari - che dai tempi di Ippocrate è stato uno dei capisaldi della deontologia professionale.

Ci troviamo invece in presenza di una sentenza della Cassazione, dalla quale è derivato il recente decreto della Corte d'Appello di Milano, da ieri oggetto di ricorso, che non si limita a rispondere come avrebbe dovuto all'interrogazione di un cittadino mediante la composizione delle norme e dei principi attualmente presenti nel nostro ordinamento e il riferimento alle comuni e migliori pratiche mediche pur in assenza di una specifica legge di riferimento. Fa molto di più. Stabilisce che per quanto riguarda la presunta volontà del paziente in stato di incoscienza, essa possa anche essere ricostruita - cito testualmente - "inferendo quella volontà dalla sua personalità, dal suo stile di vita, dalle sue inclinazioni, dai suoi valori di riferimento e dalle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche". E interviene in maniera assolutamente apodittica e assertiva, invocando a sostegno precedenti giurisprudenziali di Paesi diversi dall'Italia, sul punto che è in discussione presso il nostro Senato da molti anni, e che ha animato appassionanti dibattiti tra il senatore Tomassini e il senatore Marino: se, cioè, alimentazione e idratazione artificiali debbano o meno considerarsi dei trattamenti sanitari. Il che, detto per inciso, significa anche stabilire quanto distante debba essere il tema delle dichiarazioni anticipate di volontà da una deriva eutanasica che, se il pronunciamento della Cassazione dovesse consolidarsi, diventerebbe difficilmente evitabile.

Il combinato disposto di queste due affermazioni, infatti, fa sì che si verifichi una sorta di ribaltamento dell'onere della prova: non è più il medico in scienza e coscienza a dover tenere conto di eventuali dichiarazioni pregresse del paziente non più in grado di esprimersi; ma al medico in assenza di un cosiddetto consenso informato sarebbe di fatto vietato alimentare, idratare e curare il malato!

E' bene notare, signor Presidente, colleghi senatori, che le conclusioni alle quali la Cassazione approda nascono da convincimenti profondi del collegio; convincimenti che potremmo definire di matrice "laicista", e che traspaiono chiaramente dal corpo di una sentenza che, nell'interpretare la Costituzione, e in particolare l'articolo 32, subordina del tutto al principio individualistico la dimensione solidaristica, che pur è uno dei principi di base del nostro ordinamento costituzionale. Convincimenti radicalmente contrapposti alle premesse su cui si fondava la precedente sentenza della Corte d’Appello che la Cassazione è giunta a riformare, la quale aveva equiparato la sospensione dell'alimentazione ad una "eutanasia indiretta omissiva"; aveva attribuito al diritto alla vita una posizione preminente rispetto agli altri principi coinvolti in virtù di un'analisi della collocazione sistematica dei diversi articoli all'interno della Carta costituzionale; aveva infine qualificato le pregresse manifestazioni dell'orientamento di Eluana Englaro come "dichiarazioni generiche".

A questo punto si pone un'alternativa: o noi consideriamo il ruolo e la forza che l’ordinamento assegna alla Corte Suprema, e per questo riteniamo la sentenza della Cassazione un riferimento ineludibile per la giurisprudenza e una traccia per il legislatore, e allora dobbiamo per forza chiederci se è mai possibile che sui temi che costituiranno il centro della convivenza civile nei prossimi anni il Parlamento possa cedere i propri poteri ai giudici che nel nostro sistema, che non è un sistema di common law, non godono nemmeno in parte di un collegamento con la sovranità popolare, e se questo non sia un rischio mortale per lo stesso sviluppo della democrazia. Oppure dobbiamo porci nell’attitudine di svalutare la sentenza della Corte di Cassazione, di considerarla una sentenza come le altre, che chiude un caso singolo ma non determina nessuna altra durevole conseguenza, e rassegnarci a una sorta di far west giudiziario per cui le giurie si trasformano in parlamentini e i vari casi vengono risolti non sulla base del diritto ma sulla base delle propensioni ideologiche e dei convincimenti filosofici di chi si è trovato a giudicare.

Noi non vogliamo che si inveri nessuna di queste due ipotesi. Per questo, pur non nascondendo personalmente di essere contrario nel merito al contenuto della sentenza della Cassazione, dico che avremmo assunto la stessa iniziativa nel caso in cui il pronunciamento della Corte avesse, con la stessa invadenza e mancanza di self-restraint, dato ragione a tesi che ci sono più care.

Signor Presidente, colleghi senatori, quello che oggi noi proponiamo al Senato della Repubblica attraverso l’elevazione di un conflitto di attribuzione non è un atto di ostruzionismo. E’ un’assunzione di responsabilità. Sappiamo perfettamente che, se l’aula ci darà ragione, oggi non avremo segnato una vittoria, ma l’inizio di un cammino difficile e impegnativo che sui problemi legati alla fine della vita dovrà portarci a legiferare in breve tempo, dopo aver riconquistato lo spazio istituzionale e soprattutto politico per poterlo fare, contro la tentazione di quanti, come Rodotà e Veronesi, dopo aver a lungo richiesto una legge oggi vorrebbero legarsi a una sentenza che ha dato loro ragione. Sappiamo che per far questo dobbiamo trovare un percorso innanzi tutto all'interno del nostro schieramento, giungendo a un approdo che su un piano più prossimo alla vicenda che oggi ci occupa faccia riferimento al parere approvato in gran parte all'unanimità dal Comitato nazionale di bioetica presieduto dal professor D'Agostino; e, su un piano più generale, possa esaltare quei principi del popolarismo europeo che ci uniscono, relativizzando le differenze tra laici e cattolici, tra credenti e non credenti, che di fronte alla sfida tra un costruttivismo portatore di una nuova presunzione fatale e un'idea di libertà intesa come responsabilità e non come diritto al soddisfacimento di qualunque desiderio, perdono gran parte della loro importanza e invocano risposte comuni.

Signor Presidente, non è un caso che per il Popolo della Libertà a questo dibattito, tra gli altri, hanno preso parte i colleghi De Lillo, Calabrò e Bianconi, di cui conosciamo la fede e la profondità delle sue radici e colleghi come il presidente Vizzini, Luigi Compagna, Paolo Amato, laici ma non laicisti. E’ una nuova tappa lungo il percorso che tende a relativizzare le distinzioni del passato attraverso la comprensione più profonda delle sfide del presente e del futuro. Non è un percorso agevole, ne siamo consapevoli, ma siamo altrettanto consapevoli che tutti insieme ce la potremo fare.

01/08/2008
Visconti