di Salvatore Dama
Premette che i dibattiti d’agosto non lo appassionano. Eppure, secondo Gaetano Quagliariello, la politica balneare 2008 fa segnare un progresso. Perlomeno rispetto al 2007. «Un anno fa», quando tenevano banco i circoli di Michela Vittoria Brambilla, «si parlava di autoreggente, oggi di reggente», scherza. Poi, però, il vice presidente dei senatori del Popolo delle Libertà si fa serio: «Qui o si capisce cosa è successo o si rischia di dire un mucchio di banalità».
Cosa è successo?
«Che nel 2008 s’è chiuso un ciclo storico. Un ciclo che durava addirittura dal 1919».
Addirittura?
«La nascita del partito comunista, il problema del partito dei cattolici, il proporzionalismo, i classici movimenti di massa. Tutto finito».
Tutto franato sotto il peso di un predellino?
«No, molto prima. Perché la rivoluzione carismatica di Silvio Berlusconi comincia con la sua comparsa sulla scena politica, nel 1994».
Tradotto: inutile che Alleanza nazionale si perda in chiacchiere su chi dovrà reggere il Pdl, tanto decide il Cavaliere...
«E’ finalmente caduto l’antiberlusconismo: amministratori di sinistra non firmano la petizione di Veltroni, Amato collabora con Alemanno; la stampa internazionale rivede i suoi giudizi. Ora, per favore, non banalizziamo noi il berlusconismo. Inutile perdere tempo con categorie che appartengono alla vecchia politica: reggenze, verifiche, cabine di regia. Roba del secolo scorso».
Chi guiderà il PdL, allora?
«Troveremo le soluzioni strada facendo. Ma le decisioni non potranno essere editti burocratici e, ovviamente, non potranno prescindere dalla volontà di Berlusconi».
Il capo è lui, decide lui. Quelli di An saranno felici...
«Gli amici di An stiano tranquilli: siamo sulla giusta strada, che è quella di relativizzare le provenienze. I gruppi parlamentari, dove il PdL si costruisce ogni giorno, ne sono l’esempio».
Avete trovato l’amalgama?
«Direi di sì. Anche perché Forza Italia non fa pesare ai partner il fatto di avere più parlamentari. Ciò non per debolezza, ma per il fatto che Forza Italia possiede una classe dirigente matura: siamo consapevoli di aver intrapreso un percorso storico».
I dirigenti del PdL saranno eletti con le primarie?
«Bisogna trovare gli strumenti che garantiscano il massimo della trasparenza».
Secondo Ignazio La Russa serve una legge dello Stato. Concorda?
«Potrebbe servire una legge che pubblicizzi alcuni ambiti dei partiti. Stando attenti però alle ingerenze della magistratura».
E il tema della successione? È già tempo di scegliere il delfino?
«La questione è prematura. Troppo. Oggi c’è una nuova classe dirigente alla prova. Ed è possibile che il successore di Berlusconi non appartenga alla nostra generazione politica».
Nei primi cento giorni ha dominato l’azione del governo. In Parlamento vi rassegnerete a fare da “pigiabottoni”?
«Ci sta che in questa nuova fase l’esecutivo detti i ritmi dell’attività legislativa, ma...».
Ma?
«I gruppi parlamentari non possono limitarsi a un compito notarile. Ci vogliono delle stanze di compensazione dove governo e maggioranza si confrontino. Ma non solo».
Cos’altro?
«I gruppi devono prendere l’iniziativa sia teorica che politica. Noi siamo pronti: alla ripresa terremo un seminario di confronto col governo sul federalismo fiscale. E poi c’è il tradizionale appuntamento di Gubbio dove ci occuperemo del PdL».
A proposito: la lista dei possibili nuovi arrivi si allunga. Rotondi invita Casini...
«La rottura con l’Udc s’è consumata su due punti: la volontà di Casini di conservare la logica di coalizione classica e di rivendicare per sé il centro della politica. Il risultato elettorale ha smentito entrambi i suoi capisaldi».
E ora?
«Se rinuncia definitivamente a questa linea, il dialogo può ripartire. Non ho difficoltà a constatare che, tra gli azzurri, c’è chi si sentiva più vicino all’Udc che non ad An».
E sul possibile arrivo della Santanchè?
«Il PdL deve essere aperto nei confronti di chi vuole entrare, sennò finisce per essere la mera somma di due partiti, suscitando inevitabilmente, tra l’altro, lo scontento dei piccoli. Ovviamente le storie individuali contano e, in alcuni casi, serve umiltà».
Ultima questione: il doppio incarico. I ministri devono dimettersi?
«Sul tema sono prudente. Ricordo che la crisi del governo Prodi iniziò proprio dal voto sulle dimissioni dei ministri col doppio incarico. Cominciarono a perdere nelle votazioni in aula. Finché non divenne un’abitudine».