Buongiorno a tutti, e grazie per la vostra presenza.
La decisione di dar vita a questo seminario è maturata dalla consapevolezza di trovarci di fronte a un appuntamento storico e a una grande responsabilità che ci è stata affidata e di cui dobbiamo farci carico. La trasformazione in senso federale del nostro sistema politico, infatti, è uno dei punti fondanti del programma che gli elettori hanno premiato il 13 e 14 aprile, e che noi siamo chiamati a portare a compimento.
Non a caso parlo di trasformazione del sistema politico e non mi limito a far riferimento alla rivoluzione del sistema fiscale di cui discuteremo oggi. Sono convinto, infatti, che il federalismo fiscale, che a sette anni dalla riforma del Titolo V siamo vicini dal realizzare, non possa prescindere da una più complessiva revisione della Carta Costituzionale. Specularmente, se l’obbiettivo finale è ridisegnare l’architettura delle istituzioni giungendo a prevedere che un ramo del Parlamento sia espressione delle specificità territoriali delle Regioni, è innegabile che lungo questa strada l’attuazione del federalismo fiscale sia una tappa indispensabile.
Per questo oggi siamo qui. Con la responsabile consapevolezza di trovarci soltanto all’inizio di un lungo percorso durante il quale – non servirebbe a nulla nasconderlo – non mancheranno i momenti di confronto anche aspro, e nel quale, accanto all’azione propositiva del governo, i gruppi parlamentari dovranno essere messi nella condizione di offrire il proprio contributo.
A me pare – e il dialogo costruttivo intrapreso con gli enti locali mi conforta in questa convinzione – che il testo con cui l’esecutivo ha dato avvio al cammino sia un buon punto di partenza. L’impianto di base del federalismo fiscale, che il Parlamento si prepara a discutere e che i decreti attuativi andranno a sostanziare, non deflette rispetto all’esigenza di assicurare che tra i livelli istituzionali di un’architettura complessa come quella italiana vi sia un equilibrio sostanziale oltreché di forma. Soprattutto, nel progettare la nuova impalcatura, si è avuta ben presente la necessità che il processo di devoluzione fiscale non andasse in alcun modo a ledere il quadro costituzionale che assicura l’uniformità delle prestazioni essenziali sull’intero territorio del Paese.
Nel declinare la concreta attuazione della riforma, di questa esigenza si dovrà necessariamente tener conto. Perché il grado di equilibrio tra il generale e il particolare, tra l’autonomia e la solidarietà, tra le prerogative e la responsabilità, tra la razionalizzazione delle spese e l’assicurazione dei servizi che riusciremo a garantire sul versante amministrativo e tributario, non potrà non influire sulla successiva riforma della Costituzione in senso federale. E perché – fattore non secondario – ci troviamo a scrivere le regole del federalismo fiscale in un momento di recessione e di crisi internazionale: ragione in più, quest’ultima, perché si compia ogni sforzo affinché nulla, nella riforma, possa trasformare quella che dovrebbe essere per tutti un’occasione di sviluppo in un fattore di ulteriore squilibrio tra le zone più ricche dell’Italia e le Regioni che si trovano in maggiore difficoltà.
Per scongiurare questo rischio, un ruolo di particolare rilevanza sarà giocato dal meccanismo perequativo. Ma perché la sfida possa essere vinta sarà altrettanto importante che il momento dell’entrata in funzione e del rodaggio del nuovo sistema tributario – la fase in cui, per intenderci, si parlerà anche di cifre e di percentuali - non si riduca alla ricerca di un compromesso al ribasso tra le rivendicazioni e le richieste delle rappresentanze territoriali.
Per questo governo e questa maggioranza, insomma, il federalismo fiscale risulterà una scommessa vincente se, e solo se, si riuscirà a costruire un impianto normativo bilanciato e funzionale in base a quel principio di responsabilità che è cardine di un sano percorso devolutivo. Il principio per cui ad una gestione virtuosa corrispondono meccanismi premiali, mentre si prevedono incisive sanzioni nei confronti di chi virtuoso non è; il principio per cui il livello del prelievo fiscale e le funzioni esercitate sul territorio tendono a coincidere, favorendo così una maggiore trasparenza e un maggior controllo da parte degli elettori-utenti; il principio per cui gli amministratori sapranno di dover rispondere ai cittadini in funzione della qualità dei servizi erogati in cambio dell’obbligazione fiscale.
Al contempo, non si può prescindere dall’immaginare una sede nella quale le diverse autonomie vengano armonizzate. Penso ad esempio alla conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica, che pur non incidendo nel meccanismo decisionale svolge un’importante funzione propositiva, e riveste un ruolo sostanziale nella vigilanza sul rispetto degli obbiettivi di finanza pubblica, nella definizione di procedure e responsabilità, nella concertazione fra gli enti locali.
Penso, in estrema sintesi, alla definizione di un sistema di contrappesi a livello centrale che impediscano al federalismo fiscale di determinare un effetto collaterale oltremodo indesiderato: la sedimentazione di una governance plurale e policentrica in cui sia del tutto assente un momento di sintesi, col risultato che la contrapposizione tra i localismi e le diverse sfere di potere conduca infine a una paralisi decisionale.
Il rischio non è da sottovalutare, anche a causa della peculiarità di un percorso federalista – quello italiano – di tipo devolutivo, realizzato attraverso la parziale cessione di attribuzioni da parte dello Stato, e non mediante l’aggregazione di entità territoriali preesistenti. Il nostro Paese arriva a quest’appuntamento dopo una lunga stagione di centralismo, la cui degenerazione ha determinato il ramificarsi di una burocrazia ipertrofica e soffocante. Un monstrum che nel Nord ha imbrigliato l’iniziativa, e ha contribuito a impedire che il Sud potesse liberarsi, anche per la perversa e illusoria spirale di un assistenzialismo malato, dai condizionamenti che ne hanno frenato lo sviluppo.
A fronte di tale situazione di partenza, non c’è da stupirsi se dai contribuenti e dalle forze produttive del nostro Paese giunge forte una domanda di decentramento e di responsabilizzazione dei pubblici amministratori ad ogni livello, a cominciare da quello comunale, percepito come più prossimo ai propri bisogni. Ma commetteremmo un errore fatale se ci convincessimo che la rivoluzione federalista o è radicale o non è, e per questo omettessimo di accompagnare la devoluzione con un sistema di bilanciamenti, condannando l’Italia a divenire col tempo una Babele di poteri e di interessi, legittimi per carità, ma nella quale il momento della decisione e della sintesi non arriva mai.
Mi pare che questo pericolo il governo lo abbia ben presente, e nella sua proposta di partenza abbia gettato le basi per scongiurarlo. E’ bene che sia così perché, in caso contrario, a lungo andare i cittadini non ce lo perdonerebbero. Non ce lo perdonebbero soprattutto i tanti milioni di elettori che, nel centrodestra come nel centrosinistra, il 13 e 14 aprile hanno chiesto la semplificazione del sistema politico. Quei cittadini ad aprile hanno scelto per una democrazia decidente ed efficiente. Nel disegnare l’Italia federalista, sotto il profilo fiscale e ancor di più sotto il profilo costituzionale, è bene non dimenticarlo mai. Ci si sta confrontando con il vero problema della forma Stato del XXI secolo: come garantire che le articolazioni territoriali non si trasformino in particolarismi e le esigenze crescenti di autonomia non inficino i tempi e la sostanza della decisione. Ed è su questo tema che Walter Veltroni farebbe bene a confrontarsi, perché spacciare per autoritarismo la capacità di una classe politica di prendere decisioni per il bene dei cittadini è sintomo di infantilismo politico e residuo di antichi complessi evidentemente mai superati. In caso contrario, se davvero il segretario del Pd crede alle parole che è andato pronunciando negli ultimi giorni, sia coerente: abbandoni i governi ombra, le bozze Violante e gli ammiccamenti federalisti, si metta uno zaino in spalla e salga su una montagna.
Per quel che ci riguarda, noi non disattenderemo la chiara indicazione dei cittadini. E non è un caso che il centrodestra, proponendo agli elettori un programma di valorizzazione delle istanze territoriali, abbia rotto gli indugi e si sia presentato sotto un vessillo unitario, avviando la costruzione di un grande partito di coalizione, nazionale e potenzialmente maggioritario, che trova nel principio del carisma democratico la sua essenza fondante. La semplificazione del sistema partitico, insomma, è a tutti gli effetti un contrappeso rispetto alla regionalizzazione di importanti aspetti della vita del Paese. A fronte della devoluzione di importanti attribuzioni a favore del territorio, non permetteremo più che si verifichi ciò che è accaduto nella scorsa legislatura, quando nella rappresentanza parlamentare trovavano spazio piccoli gruppi il cui bacino elettorale non superava i confini di una regione.
Prima di lasciare la parola agli illustri ospiti che mi seguiranno, e che ci aiuteranno a comprendere a fondo i termini della questione che oggi ci occupa, consentitemi un’ultima considerazione derivatami proprio dal riferimento al 13 e 14 aprile. Per la prima volta, infatti, dopo una lunga stagione consumatasi nell’interazione tra l’azione di governo e la dialettica fra i gruppi parlamentari, la semplificazione prodotta dal voto ha fatto sì che a confrontarsi siano da una parte il governo e la sua maggioranza, e dall’altra l’opposizione. Si tratta di una svolta storica, e senz’altro positiva se si ambisce ad instaurare finalmente in Italia quella democrazia decidente di cui parlavamo poc’anzi. Ma, nella speranza che presto si arrivi a una riforma dei regolamenti parlamentari che agevoli il naturale assestamento delle nostre istituzioni, sarà proprio il federalismo fiscale il banco di prova sul quale si misurerà la capacità della maggioranza parlamentare di apportare il proprio determinante contributo (l’opposizione, specialmente questa opposizione, meriterebbe un capitolo a parte), e la capacità del governo di prevedere nel percorso decisionale una stanza di compensazione nella quale l’assemblea elettiva possa incidere fattivamente.
Per quanto riguarda la devolution e l’elaborazione dei decreti che sostanzieranno la riforma, i ministri Calderoli e Fitto hanno assicurato ai gruppi parlamentari della maggioranza che sarà così. Se oltre al federalismo fiscale anche quest’esperimento ci riuscirà, potremo dire di aver vinto un’altra sfida. Non meno importante.