L'esperienza di quattordici anni lo insegna: non è possibile chiudere la transizione italiana senza una profonda riforma della giustizia e del suo rapporto con la politica. Ma quest'emergenza la si può rilevare non soltanto "dalla parte del sistema". Essa, ancor prima, si pone "dalla parte del cittadino": di quello più debole e per questo più bisognevole di tutela. Tre esempi, riferiti ad altrettanti ambiti dello stesso universo, saranno sufficienti a dimostrarlo.
1. Esecuzione delle sentenze e situazioni delle carceri. Siamo nuovamente all'emergenza. E' bene porsi il problema ora, in tempo, per evitare che si giunga ad un punto nel quale qualunque soluzione venga presa, si profili come una sconfitta per il senso di giustizia e per la convivenza civile. C'è un problema di numeri ma anche un problema d'equità. Chi conosce l'universo carcerario sa che la condizione di chi sconta una pena definitiva è quasi sempre migliore di quella di chi, presunto innocente, si trova in attesa di giudizio. Ma c'è di più. La pena oggi non è uguale per tutti: due persone che hanno ricevuto la stessa condanna possono trovarsi in condizioni materiali e morali totalmente differenti, magari perché ospitati da istituti di pena che si trovano a pochi chilometri di distanza. Per queste ragioni il governo e la maggioranza, assieme a riforme di sistema, si sono posti il problema delle carceri e quelli correlati dall'elevato flusso migratorio e dall'enorme numero di detenuti in attesa di giudizio.
2. Riforma del codice civile. L'argomento è attualmente sotto i riflettori alla Camera grazie a un provvedimento collegato alla Finanziaria che prevede l'istituzione di un "filtro" ai procedimenti civili che arrivano in Cassazione, e la possibilità di rendere testimonianze scritte. Il Ministro Alfano ha annunciato che la riforma del codice di procedura civile entrerà in vigore all'inizio del 2009, e il suo scopo primario sarà quello di velocizzare le cause civili. Sarà snellita la "liturgia" laddove essa è autoreferenziale e non funzionale alle garanzie delle parti; verrà agevolata la "mediazione civile", che consente alle parti di risolvere il contenzioso secondo regole di legge senza finire in tribunale o rivolgendosi ad un conciliatore che abbia maggiore forza; sarà valorizzato il principio della lealtà processuale, volto ad arginare coloro che tengono in vita un giudizio per puro sfogo o nonostante un manifesto disinteresse. Si tratta, insomma, di far cessare la situazione attuale che offende il senso comune di giustizia e agevola i prepotenti. I tempi della giustizia civile, infatti, fanno si che oggi chi si trova dalla parte della ragione è costretto a soccombere, perché assai spesso l'aver ragione secondo la legge dopo almeno cinque anni è meno conveniente che cedere a un sopruso. E' questa ormai, purtroppo, una verità di senso comune. Chi mantiene un contatto con la realtà che vive il cittadino comune, per questo, non può girarsi dall'altra parte.
3. Garanzie per l'imputato nel processo penale. Dalla parte del cittadino, parlare della separazione delle carriere ha poco senso. Assai di più, invece, ne ha riferirsi alle garanzie dell'imputato: alla necessità che egli non si senta in balia degli eventi o, peggio, in pericolo anche se accusato di aver rubato la madonnina dalla vetta del Duomo di Milano. Si pone, in questa prospettiva, il problema della terzietà del giudice e, ancor più, quello di assicurare un'effettiva parità tra accusa e difesa. Ogni cittadino infatti, si sentirebbe più garantito se sapesse che il Pubblico Ministero, al pari dell'avvocato, si rivolga al giudice dandogli del lei e bussando alla sua porta con il cappello in mano. Si potrebbe obbiettare: il ristabilimento della parità tra accusa e difesa dovrebbe comunque tener conto del fatto che il pm è figura che appartiene all'ambito del pubblico, tant'è vero che l'ordinamento in teoria gli prescriverebbe di ricercare anche elementi a discolpa dell'indagato. Ma, se si vuol squarciare il velo dell'ipocrisia, bisogna anche dirsi, con franchezza, quanto questa prescrizione trovi un effettivo riscontro nella realtà... Di qui la necessità di arrivare ad un meccanismo che divida i percorsi dei pubblici ministeri da quelli dei magistrati giudicanti. Sul come si può discutere, ma la separazione va introdotta. Anche perché l'assimilazione della figura del pm a quella di un "avvocato dell'accusa" - e dunque una riduzione del gap tra le prerogative della difesa e quelle dell'accusa - comporta anche la rivisitazione del rapporto tra pubblici ministeri e polizia giudiziaria, e conseguentemente del principio e della concreta applicazione dell'obbligatorietà dell'azione penale. Nel tempo il rapporto tra pm e polizia giudiziaria si è andato modificando rispetto a come era stato originariamente concepito, giungendo quasi a configurare una sorta di sudditanza. Dopo la conversione, persino Violante sostiene che "deve essere chiarito in modo inequivoco che il pm raccoglie e riceve le notizie di reato, ma non può ricercarle. Questo è il compito della polizia amministrativa". Non si tratta di sovvertire alcunchè ma, così come prima dell'89, stabilire un rapporto di collaborazione tra polizia e pm, ma non di sottomissione della prima al secondo.
Cosa impedisce che, in quest'ottica, un'effettiva collaborazione possa produrre una riforma organica (che brutto termine!), dalla parte del cittadino e delle sue garanzie? E' il pregiudizio: la paura che si tratti di passi pensati per giungere ad asservire il potere giudiziario alla politica. Ma, ancor prima, è la mala pianta del corporativismo. Questo, in fondo, è il virus comune che impedisce all'Anm e al Csm di cambiare attitudine, rendendosi disponibili a collaborare a una riforma che si proietti oltre la storica conflittualità tra giustizia e politica. Con la differenza che nel caso dell'Anm, trattandosi di un sindacato, il cedimento al corporativismo nuoce in primo luogo al sindacato medesimo in termini di perdita di credibilità, e nuoce al sistema solo nella misura in cui impedisce ad una categoria - nella fattispecie quella dei magistrati - di partecipare propositivamente ad un percorso di riforma. Mentre per il Csm, che è un organo di rango costituzionale, il discorso è differente. Siamo consapevoli che la magistratura è composta in larga parte da donne e uomini che fanno il loro dovere, molto migliori dell'immagine che certe rappresentanze politicizzate offrono della categoria. Siamo consapevoli anche che la frangia di militanti in toga che strumentalizzano il proprio ruolo a fini politici costituisce soltanto una rumorosa minoranza. Ma per il bene di tutti - e soprattutto per il bene della magistratura e della percezione che di essa ha l'opinione pubblica - sarebbe meglio che gli organismi rappresentativi, siano essi sindacali o istituzionali, evitassero di difendere sempre e comunque i comportamenti di quella minoranza. Altrimenti prima o poi finiranno col dare l'impressione di avallarli.
Noi, da parte nostra, dobbiamo continuare a proporre quest'approccio al fine di giungere a una condivisione di responsabilità con l'opposizione e tutte le categorie che si muovono nell'universo giustizia. Dobbiamo intervenire attraverso leggi ordinarie e poi leggi di rango costituzionale. E sapremo anche inquadrare le riforme della giustizia in un più ampio orizzonte di riforma delle istituzioni. Di tutto questo abbiamo consapevolezza e tutto questo faremo. Ma non siamo disponibili a concedere alibi. Non accetteremo che ci si dica: "questo non lo potete fare se prima non fate quello, e a quello non potete mettere mano se prima non fate questo". Non possiamo concedercelo e, soprattutto, non può permetterselo il Paese. Abbiamo un'occasione storica per chiudere una transizione troppo lunga, inauguratasi proprio sulla "frontiera giustizia". Non la sprecheremo.