di Tommaso Montesano
«Centralità del rapporto medico-paziente; inammissibilità delle indicazioni sull’interruzione di alimentazione e idratazione; rigore per il rilascio delle dichiarazioni di volontà anticipate». A pochi giorni dall’avvio dell’esame, in commissione Sanità del Senato, dei disegni di legge sul testamento biologico, Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo del Popolo della Libertà e primo firmatario della mozione sul conflitto di attribuzione di poteri dello Stato sollevato da Palazzo Madama dopo la sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Eluana Englaro, anticipa le linee guida della maggioranza in vista del dibattito che inizierà mercoledì prossimo.
Che legge intende varare la maggioranza?
“Il caposaldo più importante riguarda il rapporto tra medico e paziente: le dichiarazioni anticipate di volontà, rese in modo rigoroso, non devono essere vincolanti per il medico. Devono essere elementi conoscitivi per l’operatore, che però deve continuare ad agire in scienza e coscienza motivando in maniera esplicita eventuali difformità di azione. Ledere questo principio fondamentale significherebbe passare dalla indicazione alla programmazione”.
In concreto cosa significa: che se il medico, in coscienza, ritiene di operare in modo diverso dalle indicazioni ricevute lo può fare?
“Sì, se lo fa motivando la sua scelta. Per tre ragioni: perché può ritenere che la convenienza del paziente, in quel momento, sia diversa; perché da quando le dichiarazioni sono state rese potrebbe essere intervenuta una differenza nelle cure; perché è l’unico modo per evitare quel carattere di programmazione antropologica che ci porterebbe verso una visione per cui tutto è consentito e per la quale la vita perde qualsiasi meraviglia e qualsiasi sorpresa”.
Ma allora che peso hanno le indicazioni del paziente?
“Sono indicazioni importanti, che devono influire nelle decisioni del medico, ma non lo possono obbligare. Ecco perché io mi auguro che nella legge non sia prevista l’obiezione di coscienza: nel momento in cui lo fosse, evidentemente è previsto anche che il medico sia “obbligato” a seguire una strada piuttosto che un’altra”.
Fin dove si può spingere il paziente nelle sue dichiarazioni?
“Sulla casistica si deve aprire un dibattito. Credo comunque che le indicazioni debbano escludere qualsiasi possibile deriva eutanasica”.
Si riferisce alla possibilità di escludere dalle dichiarazioni qualsiasi riferimento all’interruzione di alimentazione e idratazione?
“Nella dichiarazione non deve essere contenuta alcuna volontà in riferimento a queste due voci. Su questo c’è assoluta comunanza d’idee con il cardinale Bagnasco”.
Che piega avrebbe preso, in caso di approvazione di una legge sul testamento biologico con queste linee guida, il caso Englaro?
“Non ci sarebbe mai stata una sentenza che, se si consolidasse, introdurrebbe l’eutanasia nel nostro Paese”.
Lei prima ha accennato al rigore con cui dovranno essere rese le dichiarazioni. A cosa si riferiva?
“Le dichiarazioni non possono essere generiche. Devono essere rilasciate secondo norme precise, con un atto notorio, e contenute in un registro nazionale. E poi non devono essere antiquate: il tempo di validità deve essere molto limitato”.
Un altro nodo riguarda il cosiddetto “accanimento terapeutico”. Come vi muoverete?
“Sarebbe pericolosissimo definire per legge l’accanimento terapeutico. È una situazione che conoscono gli operatori e che va valutata caso per caso, nell’ottica di quell’interazione tra medico e paziente che è centrale nel nostro percorso. In ogni caso per noi l’accanimento terapeutico si verifica quando un’esistenza viene prolungata al di là di quelli che sono i trattamenti naturali, ovvero artificialmente. E alimentazione e idratazione sono fatti naturali: se mettiamo in dubbio questo, apriamo una deriva in cui tutto è possibile, anche l’abbandono”.
Crede che sia possibile, dopo gli apprezzamenti del Pd alle aperture dal cardinal Bagnasco, una soluzione condivisa in Parlamento?
“Auspichiamo che in commissione Sanità su queste linee la convergenza vada oltre la maggioranza. Vogliamo trovare un punto d’accordo tra laici e cattolici proprio in nome della laicità di questa proposta, che rifugge dal totalitarismo antropologico. Cercheremo di allargare il consenso, ma all’interno di paletti che non siamo disponibili a rimuovere”.
Quindi non è vero, come si racconta da più parti, che su questo tema ci sia un tavolo bipartisan formato dai cattolici di Pd e PdL?
“Quel tavolo di lavoro non è mai esistito. Con alcune delle persone citate non ho mai cenato. Con altre c’è stato uno scambio conviviale di opinioni, cosa assai diversa da un “cantiere di lavoro”. Temo si tratti di una piccola cattiveria proveniente da coloro che, un po’ masochisticamente, vorrebbero far naufragare la legge”.
Cosa ne pensa della proposta del ministro Brunetta di regolare per legge i Diritti e doveri di reciprocità dei conviventi (Di.Do.Re)?
“Il tema non è all’ordine del giorno. È un problema di priorità: abbiamo promesso di aiutare le famiglie dal punto di vista economico e fiscale. Finora non siamo riusciti a farlo, ma nel Dpef ci siamo impegnati a utilizzare eventuali eccedenze fiscali per le detrazioni per le famiglie. Potremo parlare della proposta Brunetta solo dopo aver assolto a questa priorità”.