di Gianni Santamaria
Scongiurare la via giudiziaria, è un compito sul quale la maggioranza è d’accordo. Ma non basta, dice Gaetano Quagliariello, vicepresidente del gruppo Pdl al Senato. «Dobbiamo passare, in positivo, a proporre un testo, evitando il prevalere, dentro la maggioranza stessa, di opposti estremismi. E poi cercare di andare oltre i confini, aggregando chi finora ha condiviso non solo la necessità di intervenire, ma anche i paletti e le garanzie». L’auspicio del politologo è che si arrivi «in breve tempo» a un testo base, preso dai nove depositati in commissione Igiene sanità di Palazzo Madama. Se non si riesce, «il relatore (Raffaele Calabrò, Pdl, ndr) ne presenti uno di sintesi».
Lei a caldo ha definito «pilatesca» la decisione della Consulta. Cosa le contesta?
"Ero consapevole della difficoltà. Sinceramente, però, ritenevo che la Corte Costituzionale avrebbe rigettato il ricorso nel merito, ma l’avrebbe reso ammissibile. Le sentenze si rispettano, ma non in modo acritico. E devo dire che ritengo la motivazione di una debolezza strabiliante".
Perché?
"Il motivo avanzato è che le Camere avrebbero surrettiziamente voluto riesaminare il contenuto della sentenza della Cassazione. Nei ricorsi è scritto a chiarissime lettere: si voleva solo dimostrare che essa aveva fissato nuovi principi di diritto, superando i limiti che l’ordinamento pone al potere giudiziario. Direi, inoltre, che la Consulta in qualche modo smentisce se stessa. Su un analogo conflitto di attribuzione, in cui era in gioco la potestà legislativa regionale, nel 1990, sentenza 285, dichiarò l’ammissibilità. E si entrò nel procedimento della Cassazione".
Quali principi secondo lei sono sbagliati?
"La sentenza Eluana stravolge due capisaldi: fissa il diritto del malato all’interruzione dei trattamenti e, soprattutto, lo estende al tutore. Due assolute novità. Quando si entra nell’ambito dei diritti personalissimi – altro sono quelli patrimoniali – il legislatore in passato ha sempre sentito il bisogno di assegnare la decisione al tutore con specifiche norme di legge. E sempre al fine di salvaguardare la vita. Questa è la prima volta in cui, con la cessazione di idratazione e alimentazione, c’è la sicura morte".
La sentenza è una battuta d’arresto. Cosa si aspetta dal nuovo pronunciamento della Cassazione, atteso per l’11 novembre?
"Non mi pento della linea assunta. Penso che la politica debba rivendicare i suoi diritti in àmbiti della vita pubblica sempre più decisivi. Non possiamo consentire che siano occupati da decisioni dei giudici. Nel caso specifico abbiamo davanti due alternative. O la sentenza della Cassazione si radica e, quindi, abbiamo la sedimentazione di principi che introducono surrettiziamente l’eutanasia. Oppure viene smentita. Allora avremmo una sorta di far west giudiziario, per cui la decisione di volta in volta dipenderebbe dalla composizione delle giurie. Sono convinto che si tratti di una precisa strategia, studiata a tavolino. E mi sembra evidente che con la sentenza dell’11 si voglia chiudere il cerchio".
Come influenzerà tutto questo l’iter della legge?
"Intanto, in positivo, c’è stata una presa di coscienza, che ha fatto ripartire il dibattito in commissione. Visto che il confronto dura da tempo, è possibile arrivare presto a una legge, l’unica cosa che può tenerci al riparo dalla via giudiziaria".
Il clima che si è creato inciderà sui contenuti: idratazione e alimentazione su tutti.
"Dipenderà dal libero confronto in commissione. Ma sono sicuro che su tre paletti – idratazione e alimentazione, formulazione delle eventuali dichiarazioni anticipate e libertà del medico – la maggioranza non defletterà".
La controparte accusa voi di aver rallentato, sollevando il conflitto di attribuzione.
"È passata a larga maggioranza una loro mozione che chiedeva la legge entro l’anno. Ora, invece, la stessa sinistra in commissione ha chiesto 60 nuove audizioni. Qualche nome: Umberto Eco, Ferzan Ozpetek, Roberto Benigni, Dacia Maraini, Massimiliano Fuksas, Renzo Piano, Moni Ovadia, Adriano Sofri e Corrado Augias. Persone rispettabili. Ma, citando Di Pietro, che c’azzeccano?"