Anche in Abruzzo Di Pietro sceglie i tribunali per fare lotta politica

L'Occidentale

Parliamo di una brutta storia, che approfondisce la ferita di una Regione già provata da intimidazioni, ricatti, moralismi pelosi. Conviene raccontarla perché, purtroppo, la morale che se ne ricava non si ferma ai confini dell'Abruzzo ma interessa tutto il Paese e la lotta politica che verrà.

I fatti, innanzi tutto. Dopo aver scelto in Gianni Chiodi il candidato che meglio di ogni altro riusciva a interpretare il rinnovamento e al tempo stesso la volontà di costruire con il Popolo della Libertà un partito a vocazione veramente maggioritaria, si è cercato di prendere distacco dalle vecchie abitudini e di accostare alla lista del PdL il minor numero possibile di liste apparentate, per evitare la frammentazione e per garantire alla futura maggioranza quella coesione indispensabile affinché l'Abruzzo potesse voltare pagina. Soprattutto, si è chiesto e ottenuto che tutti i candidati delle liste apparentate (tranne quelli dell'Mpa, che è un partito alleato a livello nazionale) si iscrivano a un solo gruppo consiliare: quello del PdL.

Non è stato fatto un cattivo lavoro. Le liste in tutto sono quattro: oltre quella del PdL, due civiche e l'Mpa. E' assai meglio di ciò che sono riusciti a fare i nostri avversari, quelli che appoggiano come presidente Costantini, i quali altro non hanno fatto che riproporre con sette liste la vecchia Unione prodiana.

Come è normale che sia, quest'opera di innovazione è costata qualche discussione, qualche litigio e, soprattutto, qualche esclusione. Non tutti sono stati contenti. Ma quando sabato sono state depositate le liste si era coscienti di aver raggiunto un buon risultato: uno di quei risultati che in politica costano qualcosa. E questo è un dato di moralità, perché non si raggiunge nessun traguardo e nessuna innovazione se non si è disposti a pagare qualcosa.

Lo stato d'animo degli amici del PdL che sono stati a Palazzo di Giustizia a consegnare le liste contrastava, dunque, con la sensazione che hanno immediatamente riportato: quella di disagio per essere "sorvegliati speciali" da parte di esponenti di altri partiti - in particolare dell'Italia dei Valori - aggressivi, pronti a coglierli in fallo, ed evidentemente, stando a quanto da due giorni leggiamo sui giornali, armati di mezzi per registrare, filmare, fotografare. Insomma, un clima da stato d'assedio che trovava conferma nelle dichiarazioni a mezzo agenzia, nelle quali si insinuavano irregolarità, si chiedeva alla magistratura di intervenire, si ipotizzava che le liste del PdL potessero essere dichiarate inammissibili. Si giungeva persino a consigliare ai magistrati di visionare i filmati del circuito interno del tribunale, facendo tornare in mente alcune scene del film "Le vite degli altri", quasi fossimo nella Ddr.

Potete capire lo sconcerto quando, il giorno successivo alla consegna delle liste, un primo fax della Corte d'Appello informava i nostri rappresentanti che ciò era effettivamente avvenuto. E un candidato alla presidenza dell'Abruzzo giungeva persino a individuare in quell'atto una risposta a una mia dichiarazione del giorno prima con la quale mi dicevo certo della correttezza formale delle nostre operazioni (Adnkronos di domenica 2 novembre: "Buontempo: Corte d'Appello 'risponde' a Quagliariello").

Un secondo fax della Corte d'Appello ha iniziato a dissipare i nostri timori: l'esclusione (divenuta provvisoria e con riserva) sarebbe dipesa dal mancato raggiungimento del numero di firme minime allegate alla lista del presidente, dovuto al fatto che una parte di quelle da noi consegnate sarebbero state invalide per vizi di forma al momento dell'autenticazione. Un accesso agli atti ci ha consentito di comprendere che, in realtà, la Corte d'Appello è stata fin troppo zelante. Non solo perché la legge consente di sanare alcuni difetti di certificazione nelle 48 ore successive, ma soprattutto perché, per giurisprudenza consolidata sia della Corte di Cassazione che del Consiglio di Stato, 198 firme in calce alle quali non era apposto con chiarezza il timbro dell'autenticatore avrebbero dovuto a tutti gli effetti essere considerate valide.

La nostra tranquillità contrastava con lo sciacallaggio che immediatamente andava in onda sulle agenzie: una corsa a chiedere alla magistratura di attribuire di fatto una vittoria a tavolino; atteggiamento assolutamente in linea con il disprezzo che la parte politica protagonista di questo spettacolo poco edificante mostra di avere per i verdetti della sovranità popolare.

Purtroppo, però, non ci si è fermati alle dichiarazioni. Mentre i nostri rappresentanti chiamati dalla Commissione elettorale si sono recati in Corte d'Appello per ragioni strettamente istituzionali, l'onorevole Di Pietro nella stessa sede ha inscenato una commedia dall'alto significato metaforico, spiegando a chi non l'avesse ancora compreso qual è per lui la sede deputata a dirimere i conflitti politici. Il suo candidato Costantini ha fatto di peggio, minacciando di pubblicare su Youtube filmati amatoriali dai quali emergerebbero non si sa quali nefandezze.

Insomma, la ricetta indicata dall'Idv per risolvere i problemi dell'Abruzzo è quella di istituzionalizzare la delazione, il sospetto, lo sputtanamento via etere e per banda larga.

Appare più chiara, a questo punto, la vera responsabilità del Pd: quella di aver ceduto a questi metodi non denunziando l'alleanza con Di Pietro e l'Idv. E' un fatto: nella prima consultazione di rilevanza nazionale dopo quella del 13 e 14 aprile, accettando di farsi rappresentare da Costantini, Veltroni ha sostanzialmente abdicato alla guida della coalizione. Le conseguenze dal punto di vista dei metodi di lotta politica ora dovrebbero essere chiare a tutti. Anche agli elettori di buon senso, moderati e riformisti, che in Abruzzo non hanno scelta. Potranno votare solo il candidato del PdL.

04/11/2008