La "biopolitica" berlusconiana è fatta di scelte giuste e di libertà

L'Occidentale

In privato è uno dei suoi refrain preferiti: “siamo un partito monarchico, perché nessuno mi mette in discussione; ma anarchico perché, in fondo, ognuno può fare quello che vuole”.

Berlusconi non ha torto. Esprime in maniera essenziale la sostanza di un partito carismatico che trova nella figura del suo leader l’elemento di maggiore coesione. Confessa, quindi, requisiti caratteriali che si riflettono nel modo d’esercitare la leadership carismatica: buona qualità d’ascolto, assoluta risolutezza nei momenti cruciali. E nel mezzo, tra questi due momenti, una tolleranza nell’accettare le scelte dei singoli così ampia che a volte potrebbe essere scambiata per lassismo.

Io credo d’aver compreso cosa vi sia al fondo di quest’atteggiamento. La convinzione, generata tanto dall’esperienza quanto dall’istinto, che più di tanto non sia né possibile né saggio determinare i comportamenti delle persone. Ancora di più: che non sia proficuo. Quando si ha a che fare con un grande partito, gli effetti prodotti da tali comportamenti dipendono, infatti, da troppi fattori. Ed è impossibile tenerli tutti sotto controllo: le circostanze esterne, il caso, l’interazione tra intenzioni differenti che quasi mai produce i risultati che qualcuno ha pianificato o anche solo auspicato. Da tutto ciò deriva la convinzione che laddove viga un principio monarchico, una certa dose di anarchia possa essere non soltanto tollerabile ma persino benefica.

Questa settimana Berlusconi, incalzato sui cosiddetti temi "eticamente sensibili", non ha evitato di utilizzare la metafora del partito “monarchico e anarchico”. Ed ha sostanzialmente affermato che, per quel che concerne la dimensione etica, non è possibile che un partito costringa la coscienza dei suoi membri.

Puntuale e prevedibile è scattata la polemica, soprattutto da parte di chi – come l’Udc - vorrebbe fare dell’identità cristiana la ragione prima di una sua esistenza autonoma. In tempo di campagna elettorale è comprensibile, ma è comunque bene non lasciare correre. Di una risposta si avverte il bisogno.

Vale la pena ricordare, innanzitutto, la concretezza dei fatti. Nel corso della passata legislatura, quando al governo vi era Berlusconi, i cosiddetti temi etici sono stati trattati tenendo nel debito conto la nostra identità e la nostra tradizione. E’ stata approvata la legge 40 sulla procreazione assistita. Si è contribuito a difendere la legge 40 dall’attacco referendario. E la famiglia (quella, per intenderci, composta da madre, padre e figli) non se l’è passata tanto male. Non solo per ciò che contro di essa non è stato ordito (né Pacs, né Dico né altre diavolerie), ma anche per la centralità che le è stata riconosciuta in ambiti particolari come la scuola.

Oltre i fatti c’è poi una dimensione teorica da mettere a punto. E in quest’ambito tutti hanno da imparare: compresi coloro che vorrebbero farsi passare per i campioni dell’identità e della coerenza.

Berlusconi ha sostanzialmente ragione nel dire che un partito non debba intrufolarsi più di tanto nella dimensione etica. L’etica è un sentire comune, ma è anche qualcosa di strettamente personale che merita d’essere considerata e, se del caso, sanzionata solo laddove venga palesemente offesa. Ed è per questo che ogni partito ha degli organismi appositi, chiamati a intervenire in via eccezionale. Se così non fosse, si rischierebbe di trasferire al partito i precetti dello Stato etico, con esiti ancor più illiberali e totalizzanti.

Il problema, semmai, è di spiegare perché e come i mutamenti introdotti dal nuovo secolo stiano trasferendo sempre più nell'ambito delle scelte pubbliche fondamentali tematiche che inerivano la coscienza. Alcuni esempi serviranno per comprendere la portata di questo cambiamento.

In Inghilterra è in discussione da tempo l’opportunità di concedere agli scienziati la licenza per creare embrioni ibridi: fondere cellule umane con ovociti animali. E’ in discussione, cioè, la possibilità di prescindere la dimensione dell’umano così come si è fin qui storicamente e antropologicamente connotato. E la circostanza pone, inevitabilmente, problemi etici e culturali, ma anche valutazioni assai differenti sui rischi sanitari e sui benefici promessi. Non a caso se ne sono occupate commissioni governative e, infine, della problematica è stato investito lo stesso Parlamento.

In altre parti d’Europa la volontà d’intervenire sul nesso concepimento-genitorialità sta determinando la richiesta non soltanto di prescindere obbligatoriamente e per legge dal designare i propri genitori con gli appellativi di “madre” e “padre”, ma anche di mettere in discussione l’unicità di queste funzioni. Sicché la madre non sarebbe più certa, come avrebbe voluto il proverbio, e neppure più unica.

Il merito delle questioni richiamate richiede ben altro approfondimento e qui, per questo, non è in discussione. Quel che però è evidente al di là del merito è l’impossibilità di ricacciare queste problematiche nel ghetto della coscienza dell’individuo, in uno spazio inaccessibile alla politica. Urge, dunque, una innovazione semantica. Le questioni che riguardano l’origine della vita, il corpo, la concezione dell’esistenza, sempre più spesso prescindono una dimensione unicamente etica per farsi “biopolitica”.

I partiti, inevitabilmente, in questi ambiti sono chiamati a intervenire. Assai più dovranno farlo in futuro. E dovranno farlo prescindendo dalla fede dei loro aderenti perché non è da essa – o, quanto meno, non solo da essa – che dipenderà il loro orientamento. Del resto, già in questa campagna eletorale, in nuce e in modo ancora irriflesso, non soltanto il Centro ma anche i due grandi partiti stanno assumendo orientamenti inequivocabili.

A me pare che il Pdl abbia selezionato nel suo programma alcuni punti essenziali che attengono al concepimento, alla concezione dell’esistenza e alla morte. Ha detto no all’aborto e ha preso l’impegno a diminuirne l’impatto attraverso una più rigorosa applicazione della legge 194. Ha messo a punto provvedimenti a favore della famiglia tradizionale e della natività. Ha negato la sua adesione a qualsiasi legislazione che possa favorire pratiche eutanasiche. Si tratta di un programma essenziale sottoscritto da laici e cattolici, sul quale sono possibili e concesse prese di posizione in senso difforme, ma come eccezione e affermazione di coscienza.

Il Pd, dal suo canto, ha affrontato il nodo introducendo emblematicamente nelle sue liste personalità che su queste tematiche hanno opinioni differenti quando non proprio opposte: Paola Binetti e Umberto Veronesi, i radicali e i cattolici doc. D’altro canto, non certo casualmente Veltroni ha affermato che su tali problemi esistono due verità che vanno rappresentate entrambe, semmai cercando tra di esse la mediazione possibile.

Se si guarda all'Europa, si comprende facilmente come si tratti dei due modi possibili e moderni di confrontarsi su questi temi: da un canto vi è la metodologia utilizzata dai grandi partiti cristiani e liberali; dall’altra quella dei partiti relativisti e di sinistra. Sono anche le due strade possibili per l’Italia del futuro: tertium non datur. Quella di un partito identitario rischia di rivelarsi una chimera. Certamente meno pericolosa di un ibrido biologico, ma pur sempre chimera.

03/03/2008
Visconti