Le scelte di Berlusconi e Veltroni stanno semplificando il sistema politico. E' quanto meno probabile che dopo le elezioni - qualunque sia il vincitore - il bipolarismo italiano risulterà imperniato su due partiti a vocazione maggioritaria - Pd e PdL -, in luogo delle coalizioni rissose che hanno dominato gli anni dal 1994 ad oggi.
Questo passaggio, che potrebbe essere epocale, preoccupa la Chiesa. Essa teme che la semplificazione in atto possa giungere a penalizzare, quanto a peso numerico e influenza, il personale politico disposto a difendere la componente cristiana della nostra identità nazionale.
La preoccupazione è legittima e giustificata. Sarebbe però un errore se da una simile preoccupazione la Chiesa derivasse soltanto comportamenti difensivi, con lo sguardo rivolto all'indietro, piuttosto che provare a sintonizzarsi sulle novità che caratterizzano lo scontro politico in questo inizio di secolo.
La prima tentazione che a mio avviso andrebbe evitata è quella di rifugiarsi in un simbolo che richiami il vecchio scudo crociato della Dc che per quasi mezzo secolo ha identificato il partito unico dei cattolici. E' inevitabile che nelle gerarchie ecclesiastiche qualcuno propenda per questa soluzione: la storia non si dimentica nel volgere di qualche anno e neppure di un solo decennio. Se, però, questa inclinazione dovesse divenire egemone, la Chiesa rischierebbe di perdere di vista il "voto dei cattolici" per accreditare un "voto cattolico" che, invece, non esiste più. E con ogni probabilità, finirebbe così per confinare la sua influenza in uno spazio del sistema politico - il centro - destinato a rivelarsi minoritario e marginale.
Il secondo errore da evitare consiste nel tornare ad occuparsi troppo delle "cose dei partiti". La Chiesa, infatti, anche in questo caso cederebbe a un'illusione che appartiene al passato: riuscire a guadagnare influenza attraverso dei propri bracci secolari. Proprio i temi che compongono l'agenda politica, invece, impongono alla Chiesa di continuare a parlare dal pulpito - anziché agire attraverso il corridoio - alle coscienze di tutti i cittadini e quindi in primo luogo a quelle dei politici. Se si terrà lontana da schieramenti, partiti e candidature (salvo poi giudicare liberamente le scelte liberamente compiute), essa rafforzerà la propria legittimazione a parlare chiaro e forte quando in discussione vi sono questioni come l'origine della vita, il concetto di uomo, la morte; legittimazione che, non a caso, tanti "laicisti alle vongole" vorrebbero invece negarle.
Queste scelte saranno più agevoli se il Popolo della Libertà saprà svolgere la propria parte con maturità. Esso, infatti, rappresenta il patrimonio liberale ma non giacobino, cristiano ma non integralista, laico ma non laicista. Fin qui ha deciso di non concedere l'apparentamento né al partito di Casini né alla lista di Giuliano Ferrara. E l'ha fatto per imporre una semplificazione del sistema politico, ma anche perché ha assunto una scommessa con se stesso: far vivere laicamente le tematiche dell'identità cristiana in un grande partito di governo che si riconnetta direttamente alla tradizione del popolarismo europeo. Ciò gli impone di saper indicare delle risposte alle questioni che attanagliano tanti elettori e che preoccupano la Chiesa, senza limitarsi a confinarle nell'ambito di una individuale "questione di coscienza" tanto anti-storica quanto ipocrita.
La sfida antropologica, che si presenta come la vera questione culturale di questo millennio, per non essere foriera di nuovi integralismi deve trovare la laica mediazione della politica nei grandi partiti in grado di offrirle sbocchi concreti. Proprio perché nutro questa ambizione mi sono opposto con lealtà all'apparentamento del PdL con la lista pro-life di Giuliano Ferrara del quale pure mi considero amico. Ma su un punto gli do pienamente ragione: è impossibile sostenere che delle questioni più importanti del nostro tempo si debba tacere sotto elezioni. Se poi dalla parte del Pd veltroniano la candidatura di Veronesi e l'imposizione radicale di tutti i paladini dello "zapaterismo" nostrano chiariscono come la sinistra non sia in grado di sfuggire a una nuova deriva ideologica, saper parlare alla coscienza di laici e cattolici diviene un imperativo categorico. Se il PdL saprà trovare modi e parole per farlo, oltre a un sistema più semplice queste elezioni ci daranno anche un grande partito sicuro della sua identità. E, per questo, in grado di affrontare con coraggio le vere sfide del nuovo secolo.