Adesso tocca a noi

Formiche

Al congresso fondativo del PdL, parlando di cosa ci riserva il domani, ai miei compagni d'avventura del nuovo partito ho detto: amici, non facciamoci ingannare, perché chi ci chiede ossessivamente cosa farà dopo Fini, cosa succederà dopo Berlusconi, ci ripropone i cascami di un pensiero per cui quel che verrà deve essere programmato, pianificato, vincolato. E noi, la nostra storia l'abbiamo costruita proprio contro quei cascami.
Ecco perché gli interminabili dibattiti sul "dopo Berlusconi" non mi hanno mai appassionato e ancor meno mi appassionano oggi che con la nascita del PdL abbiamo finalmente dato un corpo e una forma organizzata alla rivoluzione liberale inaugurata quindici anni fa, con l'obiettivo di istituzionalizzarla e dimostrare una volta di più che in fondo i discorsi sul "dopo", specie quando sono apocalittici e catastrofisti, portano bene.
Basti pensare alle profezie di Malroux, il sacerdote ufficiale del gollismo, secondo il quale non avrebbe mai potuto esserci gollismo senza De Gaulle. Sono passati quasi quarant'anni dalla morte del Generale. Il gollismo è vivo e vegeto e, come dimostra l'ascesa all'Eliseo di Nicholas Sarkozy, i suoi seguaci continuano a succedersi alla testa dello Stato.
Coerentemente con la nostra concezione liberale, propongo dunque di respingere il nuovo "costruttivismo light": l'idea che tutto possa essere determinato in anticipo e che, per questo, la politica non possa sfuggire alla programmazione, alla pianificazione, all'ideologia.
Per questo, alla domanda su quanto di ciò che stiamo costruendo sopravviverà alla nostra generazione politica, preferisco rispondere rimandando a ciò che il berlusconismo ha rappresentato nella storia dell'Italia repubblicana.
A causa della divisione del mondo e della particolare posizione geopolitica dell'Italia, il secondo dopoguerra è stato solcato da correnti di liberalismo popolare, d’anticomunismo esistenziale, di sano conservatorismo e di progressismo non ideologico che hanno attraversato il Paese come fenomeni sotterranei, ridotti spesso a mera massa di interdizione, senza una proposta politica di riferimento. Nel 1994 l'epifania di Silvio Berlusconi ha consentito a questo fiume carsico di manifestarsi e trovare una compiuta rappresentazione nella scena pubblica. Per questo si può affermare che la "discesa in campo" è coincisa con la nascita di una destra finalmente legittima, provocando un'autentica svolta di sistema che finalmente ha avviato il Paese verso la modernità.
Questa svolta ha incontrato tali e tante resistenze, interne ed esterne al sistema politico, che per consolidarsi ha avuto bisogno di una lunga transizione durata quasi tre lustri. Dal punto di vista del sistema politico, infatti, gli anni che vanno dal 1994 al 2008 si devono considerare una sorta di limbo nel quale un metodo elettorale formalmente maggioritario non ha impedito a partiti e uomini politici di perseguire il sogno della restaurazione, spingendoli a utilizzare, a tal fine, ogni margine che la situazione concedeva loro. Da questa contraddizione sono derivate coalizioni frammentate, rissose, non in grado d'assolvere agli impegni di governo; al punto che per un momento hanno fatto persino immaginare che si stesse meglio quando si stava peggio.
Solo nel 2008, con le scelte elettorali autonome ma convergenti di Berlusconi e Veltroni, e con il pronunciamento inequivoco dei cittadini in favore della semplificazione del sistema politico, l'affermazione della democrazia degli elettori si è consolidata, rendendo quanto mai arduo il ritorno indietro.
Dopo l'aprile 2008, però, i nostri avversari sono tornati indietro. Non sono riusciti a dare sostanza al proposito di essere protagonisti di una democrazia governante, nella quale gli avversari si legittimano a vicenda e gli sconfitti si propongono come governo in attesa, sfidando l'esecutivo sulle proposte di governo e non sulla sua legittimità democratica. Il Pd ha inoculato all'interno del suo percorso il virus giustizialista incarnato dall'alleanza con Di Pietro; ha recuperato il refrain della Costituzione minacciata, come se la Carta fondamentale fosse un totem intangibile eretto a scudo di una parte sola, e non un patrimonio condiviso e soprattutto un testo vivo; si è persino lanciato in spericolate teorizzazioni su presunti autoritarismi dolci, formula che tra qualche anno - non è difficile prevederlo - raggiungerà la raccolta delle formule vuote che affolla gli archivi della sinistra italiana.
Noi abbiamo scelto di andare avanti. Abbiamo dato forma partito a una sostanza che era già presente da anni nelle idee degli elettori di centrodestra e, in particolare, nei cuori dei più giovani. E che, dopo l'aprile dello scorso anno, è iniziata a prendere corpo nei gruppi dei parlamentari eletti sotto un solo simbolo. E' già tanto, anche se non tutto. Per questo, al momento del taglio del nastro del PdL non abbiamo utilizzato l'emozione del momento per nascondere a noi stessi e al Paese la grande sfida che ci aspetta: avviare una stagione di riforme istituzionali che possa creare un ambiente nel quale questa nuova formazione possa respirare a pieni polmoni, anziché resistere come un alieno.
Per sapere cosa accadrà dopo di noi, dunque, bisogna chiedersi se e quando saremo in grado di scrivere finalmente le tre pagine incompiute della Carta fondamentale, che i padri costituenti affidarono alle generazioni successive: poteri dell'esecutivo, forma di Stato, revisione del bicameralismo. La rivoluzione modernizzatrice che lo scorso anno si è avviata a compimento resterà incompiuta finché tra l'architettura formale delle nostre istituzioni e il reale funzionamento del circuito della legittimazione democratica e del processo decisionale lo iato resterà così profondo.
Nel frattempo, il centrodestra ha saputo riconoscere l'assoluta centralità di un leader carismatico coltivando allo stesso tempo, così come aveva previsto Weber immaginando il futuro dei partiti di massa, una classe dirigente matura e consapevole in grado di irradiarne la forza sul territorio.
Soprattutto, scegliendo nella squadra di governo giovani approdati alla politica dopo la svolta del 1994, si è proiettato oltre la generazione dei fondatori, imprimendo un profondo rinnovamento alla classe politica nazionale.
Tutto ciò lo si è visto chiaramente al congresso, che nelle aspettative di tanti detrattori avrebbe dovuto essere una mera kermesse, e che si è invece rivelato tutt'altra cosa. Me lo ha confermato un uomo politico di lungo corso come Giuseppe Zamberletti, che ho incontrato per caso all'indomani delle assise. Aveva seguito in tv tutti i lavori della Fiera di Roma e, significativamente, ha paragonato il congresso fondativo del PdL ad un congresso della Dc del periodo trionfante.
I presupposti per la durata, dunque, ci sono tutti. Su questa consapevolezza non bisogna certo adagiarsi, perché in politica il rischio di sprecare ciò che si è costruito è sempre in agguato dietro l'angolo. Ma non possiamo chiedere che a farsi carico della sopravvivenza della rivoluzione liberale oltre la nostra generazione politica sia Silvio Berlusconi.
Berlusconi ha fatto tutto, e anche di più, affinché la storia iniziata nel 1994 possa conquistare la durata: come leader di un partito, come capo di una maggioranza, come guida di governo. Sempre di più toccherà ai suoi seguaci dimostrarsi all'altezza del compito; non sprecare un'occasione.
 

06/05/2009