Il risultato record del PdL alle europee in Abruzzo; la mancanza di una rappresentanza abruzzese nell'esecutivo nazionale; il terremoto; il problema delle alleanze; le liste territoriali; la nuova classe dirigente. Per il senatore Gaetano Quagliariello, vicepresidente PdL a Palazzo Madama, l'Abruzzo è un laboratorio politico d'interesse nazionale.
Senatore Gaetano Quagliariello, come giudica il risultato elettorale del Pdl?
"Noi lo consideriamo un buon risultato al netto di alcune speranze alimentate dai sondaggi. Il governo ha ottenuto un calo di meno di due punti, fisiologico in elezioni di medio termine in cui il governo non è in gioco. In più dal punto di vista amministrativo questo voto è stato un trionfo".
In Abruzzo quel 44,5% ottenuto alle europee è un record.
"L'Abruzzo per noi è un laboratorio nazionale. In primo luogo perché nella nostra agenda gli impegni per il terremoto hanno la precedenza su tutto il resto. Siamo persone concrete sappiamo che all'Aquila abbiamo giocato una scommessa difficile".
Quel 55% al Pdl all'Aquila lo legge come un attestato di fiducia?
"E' un atto di fiducia al governo. Ma credo sia stato anche un atto di sfiducia nei confronti di chi voleva strumentalizzare le difficoltà oggettive per averne un tornaconto politico. Il voto ha completamente disatteso questo tipo di impostazione, alimentata purtroppo anche da chi lavora all'interno delle istituzioni. Ora su questo terreno tanto importante per noi, mi permetta di aprire una parentesi per dire che abbiamo intenzione di aprire in Abruzzo una sezione di Magna Carta (la fondazione di cui il senatore Quagliariello è presidente onorario, ndr.) che sia un osservatorio sulla ricostruzione, e che funzioni non solo come opera di monitoraggio ma come strumento di informazione a livello internazionale sul terremoto e su quanto si sta facendo. Ovviamente lo faremo dopo averne parlato con il presidente Berlusconi e in accordo con lui".
Abbiamo detto del credito che l'Abruzzo ha dato al governo, eppure questa regione non ha rappresentanti nell'esecutivo. Anche il presidente Chiodi se ne è rammaricato in una intervista al nostro giornale. Pensa che, da questo punto di vista, potrà arrivare un segno positivo da Palazzo Chigi?
"Il segno dovrà essere dato e arriverà, ma credo che l'Abruzzo sta cambiando e dimostra di avere un'altra consapevolezza dei suoi bisogni. E' un Abruzzo che non vuole più il vecchio sistema clientelare, ma vuole opportunità, infrastrutture, strumenti, e vuole soprattutto una sua classe dirigente che abbia la possibilità di rimanere in loco piuttosto che esprimere i suoi talenti altrove".
Questa classe dirigente la vede già al lavoro?
"Nel passato in Abruzzo gran parte della classe dirigente del Pdl era legata alla condizione del "mordi e fuggi": si sfruttava la propria occasione senza una prospettiva. E questo portava a scontri intestini, al prevalere di interessi personali sullo sforzo di costruzione di una proposta politica. Oggi per la prima volta inizia a esistere una classe dirigente che ha una sua coesione, che esprime amministratori sul territorio, che non si fa la guerra, che lavora con una certa solidarietà e ha compreso che c'è la possibilità di dare vita in Abruzzo a un laboratorio della politica".
L'Udc fa parte di questo progetto?
"Dall'Udc a livello generale ci divide più una valutazione sul sistema politico che non sui principi. Noi siamo per un sistema più semplificato di tipo bipolare che tenda al bipartitismo, l'Udc crede in un sistema basato sulle vecchie coalizioni. Ma sui principi di fondo non c'è grande differenza. Noi chiediamo all'Udc coerenza, chiediamo che abbia con noi un rapporto omogeneo che non porti a scegliere le alleanza caso per caso".
In queste elezioni hanno funzionato liste come Pescara Futura o Rialzati Abruzzo. Le ritiene esperienze da incoraggiare?
"Sì, hanno avuto un grande successo: non sono state occasione di divisione, ma un valore aggiunto, perché non hanno portato via voti al Pdl. Sono quasi una Pdl2 con una propria specificità territoriale. Voglio ricordare che Rialzati Abruzzo in Regione ha poi aderito al Pdl. La stessa scelta va fatta a livello locale. E di questo, nel momento in cui si deciderà sugli organi di partito, il Pdl dovrà tenerne conto".
Ultima questione sul referendum. Berlusconi ha detto che non andrà a votare, è così?
"Berlusconi non ha mai detto che non voterà, ha detto che noi non ci impegneremo attivamente. Anch'io andrò a votare ma non farò campagna attiva per il referendum".
Perché?
"Perché quando il referendum fu indetto c'era una situazione esagerata di frammentazione del quadro politico. Oggi invece i partiti sono diventati cinque, e questo è per merito solo degli elettori. E poi quando il referendum fu indetto non esistevano Pd e Pdl e non si sapevano i rapporti di forza, dunque era legittimo pensare a un premio di maggioranza. Oggi la differenza tra Pdl e Pd è del 10% quindi il premio di maggioranza non è in discussione. In politica c'è una legge che va rispettata: bisogna vincere ma non stravincere, nè dal punto di vista della sostanza nè dello stile".