Laicità e massoneria, lettera aperta al Rettore di Pisa

L’Università di Pisa ospiterà il prossimo 26 gennaio un convegno sulla “laicità dello Stato in una società multiconfessionale” organizzato dalla massoneria toscana. Una iniziativa alla quale sono state invitate a partecipare anche persone che, come il sottoscritto, non hanno mai avuto prima contatti o rapporti con la massoneria, e che, anzi, con essa hanno polemizzato, anche pubblicamente, in più occasioni.

Se tale invito è stato accettato è per una ragione semplice ed essenziale: la questione della laicità e quella correlata dello spazio pubblico delle religioni sta divenendo uno dei temi fondamentali della nostra convivenza civile, al punto che intorno ad esso urge un confronto anche con i più distanti, per evitare che manifestazioni d'intolleranza, purtroppo sempre più frequenti, possano divenire senso comune.

Ieri ne abbiamo avuto una conferma sconvolgente: la rinunzia del Papa a recarsi alla Sapienza ha messo in discussione, ad un tempo, il grado di civiltà del nostro Paese e quello della nostra università.

Di fronte a quanto accaduto nel primo ateneo romano, a nessuno è concesso far finta di niente. Io, quanto meno, non ritengo possibile intraprendere un confronto che abbia come tema la laicità e come teatro l'ateneo galileiano di Pisa, senza che vi sia una presa di posizione chiara e forte che condanni qualsiasi forma di censura, e dichiari il pieno diritto di fruire dello spazio pubblico da parte di qualsiasi autorità spirituale, soprattutto se si tratta di un capo di Stato straniero che intende offrire la sua libera riflessione.

Dopo quanto accaduto ritengo che tale presa di posizione rappresenti un viatico necessario ad assicurare che né oggi né domani nell’ateneo pisano un confronto tra culture diverse possa tradursi - come altrove purtroppo è accaduto -, in una inaccettabile discriminazione nei confronti della Chiesa cattolica e del suo più alto rappresentante.

Sono certo che questa mia stessa opinione sarà condivisa in special modo, da quanti rappresentano organizzazioni che nella loro storia hanno patito la censura e la discriminazione. E ritengo, per questo, che niente potrà chiarire il senso vero dell'appuntamento più di un atto esplicito di tutti i partecipanti il quale attesti come il concetto di laicità non debba consentire a nessuno di contrabbandare intolleranza, censura, rifiuto preventivo del confronto.

 

NOTA DELL'UNIVERSITA' DI PISA

In relazione all’esigenza rappresentata dal Senatore Gaetano Quagliariello nella sua lettera inviata a questo giornale, il rettore dell’Università di Pisa desidera sottolineare che l’Ateneo Pisano ha sempre manifestato, nei fatti prima ancora che nelle dichiarazioni giornalistiche, una scelta culturale di dibattito aperto all’apporto di ogni autorità che esprima valori e principi presenti nella società civile. In questo contesto si colloca la tavola rotonda sulla laicità dello Stato, non casualmente messa a confronto con il carattere multiconfessionale della società italiana. In tale sede di lavoro troveranno la loro espressione più naturale quelle dichiarazioni che il Senatore ha anticipato a titolo individuale attraverso i giornali.

 

REPLICA DI GAETANO QUAGLIARIELLO

Francamente mi sarei aspettato una presa di posizione più chiara. Da parte di un Rettore e di un uomo di cultura in certi momenti sono necessarie affermazioni che diano almeno un po’ di spazio all’etica delle proprie convinzioni. Invece mi trovo al cospetto di un comunicato che sembra uscito da una prefettura asburgica del tempo che fu. In confronto a tanta esasperata prudenza, gli inviti che da tante parti d’Italia sono pervenuti al Santo Padre per riparare a una pagina di inciviltà, fra cui quello del Rettore dell’Università di Firenze, appaiono quasi come atti di temerario coraggio. Prendo atto, in ogni caso, della disponibilità al confronto nel corso della manifestazione, quasi che rispondere a una lettera aperta sia un atto compromettente. Non sarò io a sottrarmi. Ci sarò con la nettezza delle argomentazioni che la responsabilità civile in momenti come questi richiede. E se mi riesce vorrei dimostrare che la tolleranza deve essere virtù attiva che alimenta una volontà vera di confronto con chi è più distante, e non sopportazione e tantomeno una supponente pretesa di superiorità.

16/01/2008