La sintesi Nord-Sud è il vero futuro del Pdl

Il Sole 24 Ore

Andrea Romano mi rimprovera di essere troppo indulgente nel descrivere Silvio Berlusconi come “il modernizzatore del nostro sistema politico”; di non vedere che il berlusconismo – a differenza di gollismo e tatcherismo - non avrebbe messo radici e sarebbe dunque senza eredi; di non accorgermi che, in mancanza di un’alternativa in grado di competere, l’attuale maggioranza sarebbe condannata in futuro a una sorta di guerra civile tra una componente tremontian-leghista e una componente finiana, e al fondo a uno scontro tra Nord e Sud.
Quest’analisi non mi convince. Per spiegarmi, mi rifaccio alla morte del sistema politico continentale costruito sull’ideologia, sul pluripartitismo estremo, sulla negazione dello scontro binario, sul rifiuto (almeno apparente) della personalizzazione. In Europa questa morte, iniziata nella seconda metà del '900, ha avuto tempi e modi diversi. In Francia ci sono voluti la fine del colonialismo, de Gaulle e una nuova Costituzione. In Spagna una transizione “pactada” per passare senza strappi da un regime autoritario a uno democratico. Nei Paesi dell'Est l’implosione dell’Impero sovietico e l’adozione di Costituzioni non a caso di ispirazione anglosassone o semi-presidenziale.
In Italia, per ragioni storiche, questo cambiamento di paradigma è avvenuto più tardi ed è stato a lungo contrastato. E’ iniziato nel ’94 grazie a Berlusconi, e ha dovuto confrontarsi con un post-dossettismo fondato sulla lettura ideologica del significato politico della Costituzione repubblicana. E' stato un duello senza esclusione di colpi, conclusosi solo nel 2008 con la spettacolare semplificazione politica decretata dagli elettori.
In questo arco di tempo, Berlusconi e il centrodestra hanno dato a uno schieramento fino a quel momento assente dal panorama politico una cultura di riferimento. Prima importando in Italia la svolta neo-conservatrice avviatasi nel 1979 e fino ad allora priva di interpreti nostrani. E poi adattando quella rivoluzione culturale ai cambiamenti strutturali introdotti dalla sconfitta del comunismo, dalla fine dell'equilibrio bipolare e dall’insorgere di inedite sfide e conflittualità.
Che ciò sia accaduto lo ammette implicitamente lo stesso Romano quando rimprovera alla sinistra di non essere in grado di parlare all’Italia che è il prodotto dell’egemonia berlusconiana e che “ha imparato a comprendere – sono sue affermazioni – il linguaggio del populismo democratico, fatto anche di parole come sicurezza, fisco, merito e mobilità sociale”.
Quest’Italia non ha alcuna intenzione di smobilitare. Si sono consolidati, infatti, un blocco sociale e una cultura politica di riferimento che non sono il frutto del caso e che non sono messi in crisi dal conflitto tra Nord e Sud. Da qui può prendere avvio un nuovo meridionalismo non più basato sulla sovvenzione e, dunque, la sfida di un “partito nazionale” contro la frammentazione che, ahimè, sarebbe l’esito più probabile se il PdL dovesse fallire.
In questo grande partito esistono, come è ovvio, inclinazioni e tendenze. Non so se Fini e Tremonti si riconoscano nella lettura di Romano (ma non credo). Suggerirei però, per completezza, di guardare a quella larghissima area che non è nemmeno in odore di correntismo – se proprio serve una definizione la si potrebbe chiamare “legittimista” - che sta nascendo nei gruppi parlamentari, nelle regioni e nei comuni e che in pochi mesi ha annullato distinzioni e provenienze.
Quest’area fa meno notizia, ma esiste e aiuta a comprendere perché, quando si è provato ad “azzoppare” Berlusconi, le elezioni il PdL le ha vinte comunque, anche dove sembrava impossibile. Per il resto, ci affidiamo al precedente di André Malraux. Anche per lui un gollismo senza de Gaulle sarebbe stato impossibile. Quarant’anni dopo, un gollista si trova al vertice della Francia. E se lo stesso accadesse con Berlusconi?
 

27/08/2009
Visconti