C'è un tentativo di avvolgere all'indietro la pellicola della politica italiana. Come se il voto dell'aprile 2008 non vi fosse mai stato. Come se un anno e mezzo caratterizzato dal consolidarsi del continuum governo-maggioranza, fosse passato invano.
Si vorrebbe tornare allo strapotere dei partiti che fanno e disfanno, interpretando a piacimento il verdetto degli elettori. Si avverte nostalgia per le formule alchimistiche. Per i repentini cambiamenti di fronte. Per i disarcionamenti violenti di chi sta in sella "solo" per volere degli elettori. E, nel solco provocato dai cumuli di immondizia scagliati con violenza sul dibattito politico, annunciano il loro ritorno presunti "cavalli di razza". Quelli che di politica s'intendono davvero. Quelli che hanno letto Machiavelli. Quelli "che ora basta con tutti questi dilettanti".
Fini con tutto ciò non c'entra niente. Lo ha chiarito a Chianciano: basta riascoltare cosa ha detto sull'ineluttabilità del bipolarismo. Ha ragione a chiedere un partito più presente a se stesso. E fa bene a pretendere che a chi dissente su una determinata questione venga assicurato il massimo rispetto, per il semplice fatto che in un partito del 35 - 40% capita a tutti, prima o poi, di trovarsi in minoranza. Non è un dramma. Soprattutto se esistono organi che le maggioranze e le minoranze le registrano, senza drammi, per l'appunto.
Le sue sacrosante richieste, però, sarebbero ancora più forti se accompagnate dalla consapevolezza che nella democrazia degli elettori del XXI secolo i partiti non possono essere più quel che erano nella prima parte della storia della Repubblica. Hanno il compito di orientare. Ancor più quello di formare e selezionare la classe dirigente. Hanno anche l'obbligo di discutere. Ma non hanno la possibilità di stravolgere gli impegni assunti con gli elettori. Perché quelli possono modificarsi solo attraverso un nuovo pronunciamento della sovranità del popolo.
Tutto ciò si chiama democrazia, non populismo. E se non fosse stato chiaro, assai probabilmente non si sarebbero potuti conseguire i risultati straordinari di quest'ultimo anno e mezzo. Non si sarebbe potuto fare fronte a incredibili emergenze internazionali e nostrane: la crisi economica, i rifiuti, il terremoto. E non si sarebbe neppure potuto trasformare un federalismo a vocazione secessionista in un federalismo solidale, che rafforza la coesione della nazione.
Fini queste cose le sa bene. E anche noi, che qualche volta dissentiamo lealmente da alcune sue prese di posizione, lo sappiamo: senza la sua determinazione il PdL non sarebbe mai nato. E il film della politica italiana non sarebbe andato avanti. Teniamo tutti il fermo immagine su questa consapevolezza, almeno per un attimo. Sarà così possibile impedire che interpreti troppo zelanti e arruffatori di pseudo-concetti finiscano col dare man forte a quanti - assai più scaltri - vorrebbero negarci il lieto fine.