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In memoria di Giuliano Vassalli
Signor Presidente, colleghi senatori,
ricordare Giuliano Vassalli significa rendere omaggio a una inestinguibile fonte di autentica passione per la giustizia, che neppure la morte potrà essiccare.
Scorrendo le oltre 4000 pagine della raccolta dei suoi scritti, si percepisce la dimensione dell'opera, che spazia dal diritto penale sostanziale alla procedura penale, dalla politica criminale alla criminologia. A Vassalli, inoltre, si deve il più significativo sforzo di riforma del sistema penale del dopoguerra: il codice di procedura penale e il progetto di legge delega per un nuovo codice penale.
Se si vuole rintracciare un filo rosso di questa immane produzione, è al rapporto tra diritto e giustizia che ci si dovrà rivolgere. Laddove i due concetti paiono esprimere valori confliggenti, allorquando situazioni storico-politiche li pongono in antitesi ma anche quando, più prosaicamente, esigenze di certezza e ragioni di giustizia tendono a creare tra loro un contrasto. Si tratta del tema del “diritto ingiusto”, insomma, che apre nella coscienza del giurista una crisi che egli non può e non deve sfuggire. Ed è qui che l’insegnamento di Giuliano Vassalli si fa ininterrotta lezione etica.
In questo solco possono essere collocati alcuni veri e propri classici del diritto che a lui si devono. Tra questi Limiti del divieto di analogia in materia penale nel quale s‘indagano le barriere di garanzia poste a presidio della libertà del cittadino rispetto alle norme incriminatrici; La potestà punitiva, in cui ci si cala nel cuore del diritto penale per scoprire l’essenza del rapporto stato-cittadino che esso suppone e definisce al tempo stesso. E da questi studi più lontani nel tempo, seguendo quel filo rosso si risale fino alla recente opera dedicata alla punizione dei delitti di Stato nella Germania postnazista e nella Germania postcomunista. Qui si ripercorre criticamente il travaglio della dottrina e della giurisprudenza tedesche - dopo il crollo del Nazismo e poi del regime comunista della Germania Est – di fronte al dilemma del valore da attribuire al diritto (anche penale) dei vecchi regimi, tanto più rispetto a comportamenti “criminali” che, perpetrati nella sua vigenza, da esso erano legittimati. All'esito dell'indagine Vassalli ci offre, oltre l’analisi storica, una ricostruzione generale che mira ad anteporre la tutela dei diritti fondamentali dell’uomo - quei principi previi che rimandano alla esistenza di un diritto naturale valido in ogni contesto e a dispetto di ogni regime - alla mera attuazione in chiave positivista delle normative del tempo.
Giuliano Vassalli fu anche un politico. Approcciò la politica senza rinunciare al distacco dello studioso. Ma non fu mai un “tecnico”. Ebbe generosità e cuore per farsi uomo di parte e seppe non rinnegare la sua parte. Non lo fece quando da giovane antifascista fu incarcerato, torturato dalle SS e salvato in extremis dalla morte per intercessione di Pio XII. Non lo fece da Senatore socialista, quando la bufera giudiziaria pretese di spazzar via quell’esperienza politica.
Fino in fondo è stato fedele alle sue passioni e alla sua storia, senza però restarne soggiogato. Seppe, semmai, dall’alto della sua saggezza, ricondurle nell’alveo della vicenda interrotta di una nazione in cammino, in grado di superare i tanti drammi che ne hanno segnato la pur giovane esistenza. In tal senso mi piace ricordare l’onore che Vassalli volle fare al Senato accettando d’introdurre il volume dei discorsi parlamentari di Alfredo Rocco, del quale era stato studente e allievo. Non era compito facile per chi aveva provato sulla propria pelle la durezza del regime di cui il maestro era stato esponente di primo piano. Ma Vassalli, nel cimentarsi nell’impresa, seppe tener conto di ciò che vi era di contingente nell’opera di Rocco e di ciò che invece ha acquisito valore nella durata. Ha criticato le norme condizionate dall’ideologia dello Stato autoritario sopravvissute alle riforme successive al 1944 e alla nuova Costituzione, ma con grande onestà intellettuale ha salvato quelle norme che si riconducevano al garantismo di tradizione liberale: stretta legalità delle norme incriminatrici e irretroattività delle stesse.
Anche in questo caso restò fedele alla sua storia ma seppe pure indagare oltre per scoprire qualcosa di ciò che ha unificato la nazione e lo Stato oltre le stagioni, oltre i regimi, oltre le ideologie. Seppe discernere ciò che resta da ciò che è destinato a scorrere come solo i grandi saggi possono fare. Un esempio per tutti alla vigilia del centocinquantesimo anniversario della nostra Italia. Un invito a non omettere per timore di essere sconvenienti o politicamente scorretti
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