Signor Presidente, onorevoli colleghi, Antonio Giolitti ha introdotto nella vita pubblica italiana un tratto che è stato di pochi. Dalla tradizione familiare gli derivava un profondo senso del dovere nei confronti della cosa pubblica, cui aveva unito la passione della militanza politica nelle forme che essa assunse dopo la caduta del fascismo. Come altri discendenti di illustri famiglie liberali, si iscrisse al Partito comunista alla vigilia della guerra mondiale.
Uomo di indubbia cultura, fu redattore al fianco di Giulio Einaudi e contribuì a conferire all'omonima casa editrice l'influenza crescente che essa ebbe sulla cultura italiana: diresse la prima delle sue collane economiche, e a lui si devono traduzioni, prefazioni, note editoriali.
La guerra lo sorprese in Piemonte, dove fu commissario politico di una Brigata Garibaldi. La liberazione lo ricondusse a Roma, dove il PCI lo volle nella lista dei deputati della Consulta. Sarebbe poi stato ininterrottamente deputato fino alla sua nomina nel 1978 a Commissario europeo, per poi riprendere posto in Parlamento come senatore nella X legislatura.
Dopo i fatti del 1956, manifestò apertamente il suo dissenso all'interno del partito: in quel frangente, accompagnò le sue tesi congressuali con un saggio pregnante intitolato: «Riforme e rivoluzione», in cui l'inclinazione riformista entrava in conflitto con il tatticismo togliattiano e i limiti invalicabili della sua via nazionale al socialismo. Giolitti fu allora escluso dagli organi di partito, ma la coerenza e l'onestà intellettuale gli valsero il rispetto e gli risparmiarono l'espulsione, propria della tradizione comunista.
Di lì a poco, nel fervore che nel 1958 animava la fase d'avvio del centro-sinistra, avrebbe lasciato il PCI per il Partito socialista.
Giolitti aveva fondato una rivista, «Passato e presente», di estremo interesse storico perché ricca di riflessioni sulla crisi intellettuale e politica del comunismo italiano e sul dibattito sviluppatosi in ambito socialista. Fu allora che si legò ad un gruppo di intellettuali cui ha fatto riferimento il senatore Cabras, di varia provenienza e destinati ad assumere responsabilità di governo in seno al PSI.
In particolare, Giolitti fu vicino a Lombardi, e nel primo governo Moro assunse l'incarico di Ministro del bilancio. In una congiuntura difficile, si adoperò per inquadrare la programmazione economica del Governo nell'ambito di obbiettivi conseguibili, che comportavano vincoli nella definizione del bilancio statale e indicazioni cogenti allo sviluppo degli investimenti delle imprese pubbliche e private. E fu proprio sul «piano Giolitti», non ancora reso pubblico, che cominciò a delinearsi la crisi del primo centrosinistra.
Giolitti rimase all'opposizione nel partito, affinando la sua riflessione riformista al pamphlet «Un socialismo possibile». Fu sempre sensibile ai dibattiti che si svolgevano Oltralpe sulla rinascita del partito socialista. Per due volte, nelle temperie degli anni '70, tornò alla guida del Ministero del bilancio, quando l'inalberarsi del tasso di inflazione pose nuovi problemi di bilancio: per evitare una stretta recessiva, fu messa in campo un'esperienza del tutto inedita di controllo dei prezzi.
L'arrivo di Craxi alla guida del PSI fece di Giolitti un antagonista. Fu allora che accettò la nomina a Commissario europeo, incarico che mantenne fino al 1986.
Lasciò la vita politica nel 1992, abbandonando il seggio di senatore che nel 1987 aveva conseguito nelle liste della «Sinistra indipendente». Come pochi altri, Giolitti legò sempre con coerenza la sua attività intellettuale, le riflessioni culturali e politiche che da essa nascevano, con la sua attività politica. Di questa coerenza, già segnalata dal senatore Filippi, che a tratti si fece intransigenza, pagò anche il prezzo. Il contributo che egli ha dato alla vita culturale e politica del Paese non va disgiunto da questo esempio, e deve indurre alla consapevolezza che senza un po' di coerenza la vita politica non può che impoverirsi.