Dopo il fallimento totale della sinistra, Napoli ha bisogno di una nuova stagione

Non è l'ennesimo convegno sulla questione meridionale. L'appuntamento che domenica pomeriggio vedrà confrontarsi studiosi e politici, radunati dall'Istituto di cultura meridionale - Fondazione Magna Carta per presentare un numero monografico della rivista Ventunesimo Secolo dedicato a Napoli, vuole essere un contributo per comprendere la dimensione di quale sia la posta in gioco in questa campagna elettorale in Campania. La prima dopo la liberazione di Napoli dall'infamia dei cumuli di rifiuti; dopo la soluzione di una crisi più grave di quella del colera che ha avuto la forza dirompente di sommergere la città sotto una montagna d’ignominia facendo rinascere il pregiudizio e unendo in una medesima condanna, per quanto variamente modulata, la popolazione e la sua classe dirigente.
È trascorso poco più di un anno dalla risoluzione di quell'emergenza. La sua fine ha segnato il ritorno dello Stato, perché piaccia o non piaccia è grazie al governo e alla solidarietà nazionale che esso è riuscito a garantire che il bubbone è stato estirpato e il rigassificatore d’Acerra ha acceso i motori. Allo stesso tempo, e ancor di più, la vittoria sui rifiuti di Napoli ha determinato la disfatta del particolarismo localistico nel quale appena due lustri fa l’intellighenzia non solo cittadina aveva riposto le speranze di rinascita della città. La sconfitta delle "primavere progressiste" e di quel "pensiero meridiano" in salsa bassoliniana che, nell'urgenza tutta ideologica di negare la "questione meridionale" nella sua versione classica, ha coltivato a lungo la chimera di una via alternativa allo sviluppo rispetto ai modelli tramandati dalle scienze sociali ed economiche.
Abbattuta a colpi d'immondizia l'ideologia localistica, bisogna adesso guardare avanti e costruire, a Napoli e da Napoli, una nuova stagione. E' il momento di elaborare ricette di sviluppo dal respiro nazionale, attraverso il contributo delle forze produttive che qualche giorno fa, su queste pagine, hanno formulato le loro proposte. E bisogna anche avviarsi con coraggio sul campo della strutturazione di una classe dirigente all'altezza della sfida, avventurandosi a viso aperto sul terreno che ha visto la sinistra fallire e rispetto al quale non sarà sufficiente coniare idee spendibili o efficaci slogan.
La questione della classe dirigente ha radici ataviche, che affondano nel trapasso tra la prima e la seconda Repubblica. Non è un mistero, infatti, che il baricentro di quello spartiacque si collocò a Nord, come reazione alla parabola involutiva dei partiti che aveva visto questi ultimi perdere progressivamente terreno nel Centro-Nord e, per questo, trincerarsi sempre più fortemente nel Sud di cui gli ultimi governi della prima fase della Repubblica furono quasi per intero espressione. Col risultato, per certi aspetti prevedibile, di una successiva messa in mora di ogni discussione sul Mezzogiorno e di una radicale inversione di tendenza a livello di ceto politico di governo, tutta a vantaggio del Settentrione.
Oggi non sono solo le emergenze a riportare la discussione sul Sud nuovamente agli onori delle cronache, quanto il fatto che si intraveda – seppure in un contesto non esente da problematicità – la prospettiva di una nuova stabilizzazione unitaria intorno al radicamento di grandi partiti nazionali. Si tratta della condizione ottimale per lavorare alla promozione di una classe dirigente, coniugando l'innesto di nuove energie con la valorizzazione dell'esperienza di questa lunga traversata nel deserto e di quanto di buono è stato fin qui acquisito. E per gettare le basi di un nuovo meridionalismo che sappia unire il Sud e la Nazione, rinnovando ricette e soluzioni alla luce di vincoli e parametri imposti dalla globalizzazione.
Torniamo dunque a parlare di idee e progetti, dai trasporti alla sanità, dall'occupazione a una nuova urbanistica che - guardando ad esempio a Barcellona - sappia riconciliare la città con il mare che la bagna. Ma prima ancora raccogliamo la sfida della creazione di un'area metropolitana, che gli industriali della Campania hanno lanciato sotto il nome di "Joint-City". Al di là della questione nominale, su un punto bisogna intendersi: i problemi di Napoli non potranno mai essere risolti finché non verrà sciolto il nodo del rapporto "perverso" tra la città e il suo hinterland. Non si tratta di espellere l'hinterland dalla città e dalle sue prospettive di sviluppo. Al contrario, si tratta di disinnescare l'automatismo centripeto affinché lo spostamento verso la città diventi un'opzione e non una scelta obbligata per mancanza di alternative. Si tratta, in sostanza, di riqualificare in una prospettiva policentrica, affinché la realizzazione di infrastrutture e collegamenti giustamente invocata non si riduca nella moltiplicazione di vie di sola andata verso una città ormai prossima al collasso.
La sfida è aperta, ed è proprio intorno a questi temi che vogliamo confrontarci. Se dal dibattito di domenica verrà qualche buona idea, potremo dire che ne sarà valsa la pena.

 

22/02/2010
Visconti