Immigrazione, occorre un approccio comunitario e solidale ma senza dimenticare la nostra identità

 

Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevoli rappresentanti del Governo, la relazione illustrata dal senatore Pisanu oggi pomeriggio in questa Aula parte da un punto di profonda verità che noi non possiamo non condividere.

Riguardo il problema dell'immigrazione, le sue dimensioni e le possibili soluzioni nessuno ha in tasca la verità, nessuno ha in tasca una ricetta da pubblicizzare che può, con coscienza, affermare essere la ricetta vincente. Ci troviamo di fronte ad un fenomeno nuovo legato a tempi nuovi.

La vecchia immigrazione, quella novecentesca, era prevalentemente legata a fenomeni di tipo coloniale e questa sua origine era fondamentale nella definizione dei modelli, delle ricette con le quali i grandi Stati colonialisti, i grandi imperi, hanno gestito il fenomeno.

In sostanza, due sono stati i modelli che si sono stagliati nel nostro Novecento. Il primo fu l'assimilazionismo francese, quello per cui l'immigrato era sottoposto ad una sorta di religione di Stato del Paese ospitante, che lo assorbiva e che gli consentiva di diventare cittadino di quello Stato dopo un certo numero di anni. Era il modello fondato sulla centralità della scuola pubblica intesa come tempio del sapere laico nel quale il maestro tramandava le tavole della cittadinanza di generazione in generazione. Questo è il motivo per il quale la scuola in Francia, anche dal punto di vista architettonico, è stata immaginata quasi come un tempio; il motivo per il quale la polemica tra scuola pubblica e scuola privata in Francia ha assunto una centralità che non ha avuto in nessun altro contesto del continente europeo.

Ma quel modello, che si rifaceva alla geopolitica del Novecento, è fallito sotto i nostri occhi. Alle vecchie banlieue che riuscivano ad assimilare l'immigrato si è sostituita la banlieue islamique che non è stata più in grado di farlo. Nell'età della globalizzazione, dello scontro delle culture, nel momento in cui le grandi ideologie che integravano hanno iniziato a declinare, i conflitti sono venuti fuori. Quel modello è fallito sotto i nostri occhi e si sono registrati incendi e violenze nelle banlieue francesi.

L'altro modello, il modello del cosiddetto multiculturalismo, era invece basato sul rispetto integrale di culture che si giustapponevano alla cultura della comunità accanto trovando dei princìpi di legittimità interna, condizionando in questo modo la legittimità unificante del riferimento statuale. È stato questo il modello inglese, il modello che ha stravolto le grandi città industriali britanniche; il modello che ancor prima di essere messo in dubbio dagli attentati che si sono verificati nelle metropolitane di Londra da parte di giovani immigrati di terza o quarta generazione è stato nei documenti ufficiali condannato da un governo di sinistra. Una relazione del governo Blair chiamava il multiculturalismo con il suo nome: un incubo dal quale sfuggire per ritrovare punti di riferimento più sicuri, per ritrovare sintesi culturali più stabili a dispetto delle dimensioni che il fenomeno dell'immigrazione stava assumendo.

Ci troviamo di fronte ad un fenomeno, quello dell'età della globalizzazione e del nuovo secolo, che non ha paragoni con quello del secolo che abbiamo alle spalle. È cambiata completamente la geopolitica dell'immigrazione, creando problemi, tra l'altro, a Paesi come il nostro che, dal punto di vista geopolitico e delle frontiere, si trovano particolarmente esposti. È cambiata la permeabilità delle frontiere che prima erano superabili con molta più difficoltà di oggi. Non a caso i sociologi del fenomeno dell'immigrazione hanno coniato formule fino a poco tempo fa sconosciute: siamo venuti a conoscenza della circolarità del fenomeno dell'immigrazione, che non si ferma più in un Paese, ma che spesso si muove da un contesto all'altro, come della sua temporaneità: un tempo, come si diceva nelle canzoni popolari, quando si prendeva la nave per andare dall'altra parte dell'oceano si riteneva di non tornare più a casa o lo si faceva in due o tre occasioni nella vita.

Oggi spesso l'immigrato non perde il rapporto con il luogo di origine, ma anela a tornarvi dopo un periodo di permanenza in un'altra terra o molto spesso in altre terre. Sono questi motivi che devono portare anche a un ripensamento profondo del rapporto che esiste tra l'immigrazione, l'integrazione e la cittadinanza: sono tre categorie e tre problemi differenti. Sovrapporli come fossero la stessa cosa sarebbe un grave errore: non un guardare indietro, ma un guardare da un'altra parte rispetto alle caratteristiche che il fenomeno ha assunto oggi.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, se questa è la situazione nuova di un fenomeno nuovo è inutile riproporre le vecchie logiche e le vecchie contrapposizioni tra rigore e buonismo. È inutile tornare alle vecchie categorie. Dobbiamo ammettere che ci troviamo su un terrenodi sperimentazione nel quale molto c'è da trovare e pochi sono i punti di riferimento certi che abbiamo.

Per quel che ci riguarda alcuni li vogliamo indicare e li abbiamo inseriti nella nostra mozione: innanzitutto, il rispetto del principio di legalità. Non è la soluzione del problema, ma è un punto di riferimento dal quale non si può prescindere nella ricerca di un nuova strategia e di una nuova politica.

Vi è poi la considerazione, accanto alle debolezze tradizionali, delle nuove debolezze che sono legate anche alla novità del fenomeno. Signor Presidente, noi non ci troviamo oggi di fronte soltanto la debolezza degli immigrati che arrivano nel nostro Paese e che molto spesso sono spinti dalla disperazione e dalla ricerca di una vita migliore. C'è anche la debolezza di parte dei nostri cittadini che subiscono le conseguenze di un fenomeno fuori controllo. Dobbiamo guardare a cosa accade nelle banlieue delle grandi città italiane. Dobbiamo considerare le nuove paure che si instaurano e che sono spesso altrettanto ingiuste della condizione di quanti arrivano qui cercando una vita migliore.

Inoltre, dobbiamo essere accorti nel tutelare i diritti fondamentali di quanti arrivano nel nostro Paese, perché non basta ospitarli. È uscita oggi una bellissima pubblicazione di una parlamentare del Popolo della Libertà, Souad Sbai, nella quale si racconta nel dettaglio quali siano le debolezze delle donne immigrate che non vengono tutelate dalle nostre leggi nelle loro comunità di origine.

Non possiamo girare la testa dall'altra parte e mondarci la coscienza senza guardare a questi autentici drammi, come sono drammatiche le condizioni dei bambini che molto spesso sul nostro territorio vengono ridotti in regime di semischiavitù ancor peggio che nei loro Paesi di origine. Queste nuove debolezze vanno considerate insieme alle vecchie nella ricerca di punti di caduta che non sono affatto scontati.

È questo quello che deve muoverci e che deve portarci a modulare quantità e qualità nell'accoglienza agli immigrati nel nostro Paese.

L'ultimo punto di riferimento che vorrei mettere in evidenza riguarda l'identità, aspetto sul quale anche il presidente Pisanu si è soffermato. Non c'è dubbio, presidente Pisanu, che le culture siano mobili, che le culture cambino, che siano in movimento e che si integrino continuamente, a differenza delle religioni, soprattutto quelle rivelate, che fanno riferimento a dogmi e che, in quanto tali, non si possono mettere in discussione.

Non è questo il problema; e rivendicare un'identità non vuol dire essere, o battersi, per una cultura che rimanga immobile. Vuol dire spendersi affinché, all'interno di questa dinamica, la nostra tradizione e la nostra cultura abbiano il loro spazio e sappiano esigere i loro diritti.

Sulle radici cristiane si è giocata una partita che è andata al di là del problema puramente nominale. Il problema è se la nostra identità debba essere determinata anche da quello che siamo stati e dalla responsabilità che ciò implica o se essa possa essere intesa solamente come qualcosa in divenire, che si deve formare sulla base di diritti che producono continuamente nuovi diritti, facendoci dimenticare cosa siamo stati e da dove proveniamo. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Boldi).

Questa è la contrapposizione culturale che abbiamo di fronte. È la battaglia tra una libertà intesa soprattutto come responsabilità e una libertà intesa soprattutto come diritto che produce sempre diritti nuovi, nell'illusione che, in questo modo, la persona possa essere effettivamente più libera, e non più sola perché priva anche di quei riferimenti che costituiscono le sue radici. Questi sono i cardini che abbiamo ribadito nella nostra mozione e che non vogliamo perdere.

Senza ipocrisia, affermiamo che questo è stato un appuntamento importante, perché su questo tema noi siamo in presenza di un ulteriore paradosso che è bene ribadire in quest'Aula. Il paradosso è che il fenomeno dell'immigrazione è uno di quegli aspetti che hanno determinato un mutamento del ruolo dello Stato e hanno messo in evidenza anche il cambiamento dei suoi compiti, mostrando anche come lo Stato non possa più assolvere alcune sue funzioni novecentesche e dovrà assolverne altre estremamente più importanti; e, a fronte di questa realtà, fino ad oggi su questo fenomeno l'approccio è stato prevalentemente statalista.

 

03/03/2010