“Neppure nella prima repubblica era concepibile che il Presidente della Camera o del Senato fosse a capo di una corrente organizzata”. Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo vicario del Pdl a Palazzo Madama, non ci gira attorno. Il ruolo istituzionale ricoperto attualmente da Gianfranco Fini è “incompatibile” – sostiene – con quello di leader della componente interna al partita di Silvio Berlusconi.
Anche Pietro Ingrao era a capo di una corrente ai tempi del Pci, eppure a nessuno è mai venuto in mente di chiederne le dimissioni…
Nel Pci non c’erano correnti ufficiali. Ma Sandro Pertini sciolse la sua corrente – Lettere a Pertini – una volta eletto presidente e altrettanto fece Fanfani. Entrambi erano consapevoli che le istituzioni fondamentali non potevano essere neppure sospettate di agire per rispettare la, logica interna di partito.
Dunque secondo lei il presidente di un ramo del parlamento non può esprimere valutazioni politiche?
Nessuno mette in discussione il diritto di chi guida un’aula parlamentare di esprimere le sue posizioni e Fini del resto non ha mancato di farlo, come anche il presidente Schifani. Ma qui si è verificato un salto ulteriore, abissale. Perché un conto è partecipare di volta in volta al dibattito politico, che si sviluppa sia dentro che fuori un partito, altro è dire “io sono a capo di una corrente organizzata”.
Ma le correnti non le avete espressamente vietate nel documento finale della direzione di giovedì?
Fini però lo rivendica.
Rivendica il diritto al dissenso e al confronto su alcuni punti politici…
No, è ben altro. Il Pdl accetta le posizioni di minoranza ma nega il diritto alle correnti, che nascono come posizioni ideali per poi rapidamente trasformarsi in gruppi di interesse e di potere. E’ inutile negarlo che il passato sta lì a dimostrarlo: le correnti organizzate non poco hanno contribuito alla crisi mortale dei partiti della prima repubblica. Noi siamo nati proprio in contrapposizione a quella logica e non siamo intenzionati a resuscitarla.
Temete di fare la fine della Dc?
Il Pdl nasce come un partito moderno che ha nel rapporto tra gli elettori e l’esecutivo raccolto attorno al premier il suo fulcro. Non è nel partito che si determina la politica ma nel programma elettorale e nella sua realizzazione.
Ma se la politica non appartiene ai partiti allora quali sono i margini di agibilità politica per esprimere il dissenso?
Mi sembra che Fini si sia espresso in questo anno più volte. Tutto conosciamo le sue posizioni e nessuno gli ha mai impedito di porle all’interno degli organi del partito. E a questo proposito ritengo quantomeno curioso che mai negli uffici di presidenza, riunitisi in questi mesi quasi ogni due settimane e dove sono presenti anche uomini vicinissimi al presidente della Camera, ci sia mai stato un voto contrario alle scelte assunte.
Fini lo ha fatto alla direzione di giovedì.
Mi è sembrata quasi un’azione preordinata. Perché c’è una distanza troppo ampia tra le questioni che ha posto, alcune delle quali peraltro condivisibili, e le conseguenze politiche che ne derivano. Mi viene in mente una rubrica di Luigi Russo, si chiamava “notarelle a margine”: ma si può pensare che su delle notarelle si minacciano gruppi autonomi e si chiedono correnti organizzate?
La denuncia di subalternità alla Lega la definisce una notarella?
Vorrei essere chiaro: in politica le tensioni sono la norma. Ma una cosa sono le situazioni contingenti rispetto a questo o quell’argomento e sulle quali ci si confronta anche in modo duro, altro è diventare capo corrente mantenendo per di più il ruolo di presidente della Camera. Qui c’è uno sbrego istituzionale di ben altre dimensioni di cui anche l’opposizione dovrebbe preoccuparsi.
Barbara Fiammeri