Senatore, ora che Bocchino ha presentato le sue dimissioni si deve rivotare anche per il capogruppo?
Non ho riletto il regolamento, ma mi pare quantomeno surreale che ci siano norme che consentono a un vice di condizionare l’esistenza di un "capo". In termini di principio domando: se si dimette Biden, il vice di Obama, cade anche Obama? Suvvia…
E quindi qual è il senso politico della mossa?
Per quanto mi appassioni la “società aperta” non voglio entrare nelle vicende della Camera. Credo che quella di Italo sia stata una mossa tattica per evitare che altri, nel gruppo o nella sua parte, chiedessero le dimissioni.
Ha detto la sua “parte”. Ha accettato l’esistenza di una corrente?
Parafrasando Troisi: credevo fosse una corrente e invece era un seminario, almeno stando all’ultima proposta di Fini. Bisogna intendersi e non giocare con i termini. Quello che conta non è né la parola minoranza né la parola seminario. Il fatto che ci sia un’area vicina al presidente della Camera è evidente dalla semplice lettura dei giornali, da qualche tempo a questa parte. Il problema, allora, è intendersi su dove si pone l’asticella oltre la quale si passa dalla minoranza alla corrente organizzata.
La fissi lei.
Se l’asticella è il documento dei 14 senatori che chiede discussione e considerazione ma che ribadisce anche la logica di un partito a vocazione maggioritaria dove si decide a maggioranza e quella decisione è vincolante per tutti, ci siamo. Se invece la minoranza è permanente e organizzata nel Paese, e quindi si diffonde, si struttura, chiede posti sulla base delle sue percentuali, allora si mette in discussione la natura stessa del Pdl.
Fini direbbe che questo è centralismo carismatico.
No, è un partito nel quale c'è il carisma ma c'è anche la democrazia. Sulle cose non previste dal programma si discute, si decide, a tutti può accadere di finire in minoranza: persino al leader. Ma, assunta la decisione, quella vale per tutti. Senza distinguo.
Quindi nessun problema?
La democrazia interna al partito si deve arrestare un attimo prima di mettere in discussione il rapporto tra sovranità popolare ed eletti. A voler citare i classici, in tutta Europa ha vinto Weber che sosteneva che “i partiti sono strumenti, non rappresentano dei fini”, e mi scuso per il gioco di parole. E ha perso Michels che riteneva, invece, che il problema della democrazia si giocasse essenzialmente all'interno dei partiti. Non casualmente, da socialdemocratico deluso Michels si fece fascista...
Tradotto: non si capisce che vuole Fini?
Sarà anche colpa dei “finoidi” che giocano a incendiare, ma le dimensioni della polemica mi sembrano sproporzionate. Se uno dice “la legislatura deve durare fino alla sua scadenza naturale”, “il governo non si tocca”, “Tremonti è un genio”, il resto si può inserire nelle note a margine.
Tranne la giustizia.
Esatto. E non solo perché il processo breve era una sua opzione quando discutevamo di prescrizione, ma per un punto più di fondo. Fini ha vissuto tutta la transizione italiana. E non può nascondersi che dal ’94 a Spatuzza la vita politica è stata segnata dall’uso politico della giustizia. Affermare questo non significa criticare la magistratura ma difendere dai settori più militanti quella parte maggioritaria dei giudici che ha senso dello Stato e delle regole.
Se capisco, questa è un’altra asticella.
Diciamo così: alla base del Pdl c’è il passaggio dalla democrazia dei partiti a quella degli elettori, messo in moto da quando Berlusconi, nel ’93, disse che se fosse stato cittadino romano avrebbe votato Fini. Questo passaggio è sempre stato minacciato dai vecchi partiti che hanno provato a portare indietro l’orologio della storia o dalla magistratura politicizzata che ha provato a sovvertire il responso elettorale.
Quindi se salta il Pdl si torna indietro di vent’anni?
Non succederà. Ma il Pdl assolve a questo compito storico archiviando il modello di coalizioni dei partiti che sostengono il governo a vantaggio di partiti plurali che hanno nel rapporto tra esecutivo e premier il loro cardine.
Scusi ma perché il presidente della Camera non può essere un capocorrente?
E' in una posizione difficile. Fini dovrà dimostrare ogni giorno che la vita dell'istituzione che presiede non è subordinata alla dinamica di partito. Non a caso, sia Pertini che Fanfani quando ricoprirono quell’incarico sciolsero le loro correnti.
In questo quadro le elezioni anticipate sono un’ipotesi remota?
Me lo auguro. Ma siamo a un punto di svolta della vita della maggioranza e del Pdl. Se la bussola è la democrazia degli elettori non si possono sottoporre le istituzioni alla dinamica interna di un partito. E si sta al governo fino al punto in cui si riesce a onorare il patto sottoscritto con gli elettori. Quando si è certi che ciò non più possibile, la moralità politica impone di presentarsi di fronte agli elettori.
Alessandro De Angelis
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