Nessuna impunità per chi ha sbagliato, ma il garantismo non si tocca

Libero

"Nessuna impunità per chi ha sbagliato", assicura Silvio Berlusconi sulle inchieste giudiziarie.

Senatore Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo vicario al Senato, che fine ha fatto il garantismo granitico del Popolo della Libertà?
"Il garantismo non si tocca: quanto sta accadendo dal punto di vista delle garanzie è preoccupante. Ma garantismo non significa impunità. In una democrazia una quota di corruzione è fisiologica, ma chi utilizza la propria funzione pubblica a scopo illecito va individuato e sanzionato sia in sede giudiziaria, sia politica. Ma non certo sulla base di presunzioni, liste di proscrizione, anticipazioni a mezzo stampa".

Ma stavolta i toni utilizzati dal premier sono ben diversi da quelli adoperati in occasione di analoghe inchieste giudiziarie.
"In questo momento sul tema c’è un’attenzione particolare. Bene ha fatto Berlusconi a rimarcare quanto è in realtà scontato".

Non crede che siamo in presenza di una nuova Mani pulite?
"C’è una profonda differenza. Tangentopoli ha evidenziato un problema sistemico: i partiti avevano ampliato a dismisura i loro compiti di intermediazione nei confronti della società fino a perdere il controllo del loro territorio ed essere colonizzati da affaristi, lobby e potentati locali. Oggi le eventuali responsabilità di uomini politici non sarebbero riconducibili a un sistema, ma al singolo".

E allora perché sono ripresi i corteggiamenti a Pier Ferdinando Casini? È possibile un riavvicinamento, nel breve–medio periodo, tra PdL e Udc?
"Nel breve no. Nel medio direi proprio di sì. Per due combinazioni. Casini ha sperimentato sul campo che l’Udc guadagna voti o tiene solo quando sta con Berlusconi. E l’evoluzione del quadro globale impone una responsabilità nazionale, che non può non svilupparsi intorno al governo attuale".

Un disgelo già in questa legislatura?
"Il processo di avvicinamento può, anzi deve, partire subito dai principi comuni. Per poi compiersi entro i tre anni che mancano alla fine della legislatura".

Non sarà che pensate di sostituire i finiani con l’Udc?
"Sul confronto con Fini non è all’ordine del giorno una soluzione immediata. È evidente che ove sui principi di fondo si consolidasse una differenza sostanziale, il  partito non sarebbe più tale ma un’aggregazione di interessi contingenti. A quel punto sarebbe necessario andare ognuno per la propria strada".

Torniamo a Casini: rispetto alla maggioranza attuale è fantapolitica pensare a lui dentro e Fini fuori?
"Messa così sembra una campagna acquisti ed è una cosa ridicola. Però potrebbe essere l’esito di un percorso politico come diretta conseguenza di quello che sta avvenendo sui due versanti".

Intanto la Lega pigia il piede sull’acceleratore: «Il PdL faccia pulizia». Quanto sta accadendo non rischia di farvi perdere ulteriore terreno rispetto al Carroccio?
"Serve una reazione e il partito si deve organizzare meglio sul territorio. Il PdL, però, ha le forze per recuperare. E questo vale sia per la concorrenza della Lega al Nord, sia per il Sud, dove abbiamo ereditato una situazione terrificante".

Come pensate di risalire la china sul territorio?
"Nel Meridione dobbiamo esprimere amministratori che siano leghisti del Sud: “nuovi Mille” che affrontino i problemi del Mezzogiorno in chiave unitaria e senza la politica della mano tesa. Questo, oltre a fare del PdL un partito nazionale, riequilibrerebbe il rapporto con la Lega".

Il Carroccio vi sfida anche a tagliare gli stipendi di ministri e parlamentari: è d’accordo?
"Se la crisi imporrà di stringere la cinta, in primis lo dovranno fare i politici. Anzi, dovrà dimagrire la politica tout court: enti, partiti e quant’altro. Non sarebbe un risparmio determinante, ma a volte anche sui simboli si fonda la credibilità di un classe politica".

di Tommaso Montesano

18/05/2010
Visconti