Senatore Quagliariello, il suo libro è un appello per una nuova generazione di politici cristiani, può spiegare cosa intende?
La mia è anche una risposta a un appello che a più riprese hanno lanciato uomini di chiesa come il cardinale Bagnasco, il segretario di Stato Bertone e lo stesso Papa per una nuova generazione di cattolici in politica. Io credo sia meglio riferirsi più in generale ai cristiani. Si è chiuso il secolo delle ideologie, e ciò ha portato la politica a guadagnare un profilo più concreto, al servizio del bene comune. Questo è un fatto fortemente positivo, ma non può significare che la politica scada a mera contingenza. Dove la politica non si alimenta di contenuti e di principi, inevitabilmente finisce col divenire strumento per il bene proprio perdendo di vista quello di tutti. Per questo il PdL deve fare attenzione: è diventato il partito di tutti i moderati, di coloro che non si sentono di sinistra, non può darsi un'ideologia unica ma deve avere principi unificanti da non mettere in discussione. In questo senso il patrimonio del cristianesimo è un riferimento ineludibile.
Questo però non è un ritorno alla Dc o al partito unico dei cattolici.
Il partito unico dei cattolici è finito. Oggi i cattolici militano a destra e a sinistra. Io credo che i principi del cristianesimo, di fronte alle sfide del nuovo secolo, possano valere per chi crede e per chi non crede. In questo senso il PdL si deve collocare in continuità con l'esperienza di Forza Italia, dove laici e cattolici militavano insieme nello stesso partito, mentre fino ad allora la frattura religiosa aveva determinato l'appartenenza a questa o quella forza politica. Il PdL deve andare oltre: proporre principi che possano valere per i credenti e i non credenti.
Lei parla di principi non disponibili. In che senso?
Questi principi discendono da un'idea di libertà intesa come responsabilità, che si contrappone a un'altra idea di libertà intesa innanzi tutto come diritto positivo. Questi approcci differenti determinano un modo diverso di intendere una serie di temi che stanno segnando il nuovo secolo: la nascita e la morte, il confine della vita, la famiglia, la solidarietà.
Nel suo libro parla di temi più contingenti come la legge sulle intercettazioni che lei invita a interpretare guardando al diritto della persona.
Non bisogna mai dimenticare che il riferimento della legislazione e dell'attività politica è la persona, che trova la definizione del proprio limite e della propria responsabilità nel rapporto con la sua comunità. Questo serve a mettere in risalto un altro dato che non può essere vissuto come limitante ma va valorizzato come risorsa: la tradizione intesa come sedimentazione di esperienza della quale tenere conto anche quando si cercano nuove soluzioni.
Cosa risponde a chi dice che senza le intercettazioni non si sarebbe saputo nulla della "cricca" o di chi "rideva la notte del terremoto?
Esistono esigenze legittime e contrapposte tra le quali va trovato un punto di mediazione. La dignità della persona e un minimo di vita privata da garantire a tutti da un canto; dall'altro le esigenze delle indagini e dell'informazione. Occorre un punto di mediazione. Certo, se fossimo tutti intercettati 24 ore su 24 si scoprirebbero tante cose, ma vivremmo in un incubo totalitario.
Lei nel libro si definisce un liberal-conservatore anticonformista. Non le sembra una contraddizione?
Oggi c'è l'egemonia del politicamente corretto fondato sul principio di autodeterminazione: la presunzione che si sia in ogni istante padroni della propria vita e che per questo la si possa programmare. Il fatto è che le ideologie passano ma non per questo le mentalità cambiano. Il costruttivismo della sinistra si applicava alla società e alla ricerca di un'assoluta uguaglianza. Oggi si è trasferito in una nuova utopia antropologica. Il diritto dell'uomo a programmare la sua esistenza è divenuto una specie di religione civile che colpisce anche il principio liberale per il quale il futuro è sempre aperto. Ma se si afferma ciò su temi come la genetica, il rapporto tra la persona e la famiglia, l'eutanasia, si fa peccato di lesa maestà. Soprattutto nei salotti e nei circoli intellettuali. Ritengo però che questo sia il modo di sentire del popolo e della maggioranza silenziosa, e uno dei compiti del PdL è quello di portare alla luce questi sentimenti diffusi.
Tratto da Il Centro