Il Pdl crede nel Sud

di Gaetano Quagliariello

Caro Direttore,

le ultime elezioni regionali hanno ribaltato la geografia politica del Centro-Sud. In principio era solo il Molise. Poi è arrivata la vittoria del centrodestra in Abruzzo. Quindi, lo scorso marzo, l'illusione del "risorgimento meridionale" in salsa bassoliniana è definitivamente crollata sotto il peso di un risultato elettorale inequivocabile. In Campania e in Calabria la gestione "cialtronesca" di un meridionalismo assistenziale e privo di prospettive è stata punita nelle urne.

Nel Lazio, addirittura, la voglia di cambiare si è imposta prepotentemente nella corsa a ostacoli di una competizione ad armi impari, con la schiacciante e significativa affermazione nelle province che più ancora della Capitale hanno patito l'incapacità della sinistra di cogliere le sfide dei tempi e agganciare il treno dello sviluppo.

Una nuova classe dirigente si è dunque affacciata alla prova del governo delle regioni centro-meridionali, con l'onere di una forte aspettativa e la pesante eredità di problemi atavici; con la zavorra di una spesa pubblica incontrollata e la consapevolezza che per interrompere la spirale le sole cesoie non bastano, perché l'uso distorto di strutture a lungo impiegate come ammortizzatori sociali ha determinato irragionevoli dinamiche occupazionali ma anche la maturazione di diritti acquisiti con i quali dover fare i conti.

In un simile contesto, per di più in tempo di crisi, è giusto pretendere che il passato non sia invocato come alibi per perpetuare sprechi ed errori. Allo stesso tempo, però, sarebbe sbagliato pretendere di fare tabula rasa scaricando tutto il peso di ciò che è stato sulle spalle dei nuovi governatori.

Se vogliamo che la sfida abbia successo, dobbiamo prendere atto che la logica astratta delle "regioni virtuose", tradotta in termini concreti limitandosi a fotografare l'attuale, rischia di aggravare ancora di più contraddizioni e problemi. Piuttosto, bisognerebbe individuare gli strumenti affinché le regioni che virtuose oggi non sono possano diventarlo nonostante il fardello che hanno sulle spalle.

 Sta dunque alla nuova classe dirigente regionale trasformare la contraddizione in una felice ambiguità, governando il debito storico senza servirsene come alibi e proponendosi come reale alternativa. E sta ai governanti nazionali compiere uno sforzo di comprensione e di empatia, applicando ai nuovi governatori quella stessa elasticità che l'Italia ha più volte chiesto all'Europa a fronte di un debito pubblico accumulato dalle passate generazioni.

Se non si riuscirà a trovare questa sintesi, si rischierà al Nord una reazione di rigetto da parte di un'opinione pubblica stufa di spiegazioni storicistiche, e al Sud la tentazione del "ribellismo": spinte opposte ma speculari che porterebbero alla inevitabile riemersione di derive secessioniste che sembravano ormai tramontate. E sarebbe una sconfitta per tutti: per i nuovi governanti del Mezzogiorno e anche per il Popolo della Libertà, l'unico vero partito nazionale che può ambire a traghettare il Paese lungo l'angusto percorso che conduce fuori dalla crisi.

10/07/2010
Visconti