La privacy caduta dal trono

Si parla tanto di bilanciamento, di contemperare la difesa della privacy col diritto all’informazione, ma Nicolò Zanon, il costituzionalista della Statale di Milano che ha preso parte al recente seminario della Minerva organizzato da Gaetano Quagliariello e Fabrizio Cicchitto, è convinto che la ricerca del bilanciamento, espressione massima del compromesso e della pratica di mediazione, sia la cifra dell’Italia di oggi. Non solo l’imperativo del relativismo, non solo espressione dell’incapacità di difendere il valore assoluto dei principi, ma un habitus mentale così diffuso da non lasciare scampo.

“L’assolutezza dei principi viene vista come qualcosa di dogmatico da evitare; le scelte nette, troppo brutali, vanno rifiutate a favore della logica del bilanciamento, indice di mitezza. Il diritto ha da essere mite, predicava Gustavo Zagrebelsky vent’anni fa, e perciò questa scelta ponderata, mediatoria, ormai la si insegna sin dal primo anno d’università; i manuali più in voga ne fanno un elemento essenziale, che poi viene riprodotto dalle sentenze della Corte costituzionale, e seguito nell’applicazione ai casi concreti dall’interpretazione dei giudici, superando le logiche più nette scelte dal legislatore”.

Anche per questo, dunque, col passare degli anni il principio liberale dell’inviolabilità della persona, da cui discende nella nostra Costituzione la tutela della riservatezza, della dimora privata, della segretezza della corrispondenza e della libertà religiosa e di pensiero “è venuto a perdere il suo scranno”, spiega il professor Zanon, e ha smarrito persino la dimensione dell’“irrivedibilità”, della non negoziabilità, per piegarsi al compromesso con altri diritti, come il diritto di cronaca e il diritto alla libertà di informazione. E’ una deriva che la dice lunga sul carattere nazionale e la cultura dominante: “Non è un problema di estrazione politica, di Corte costituzionale di destra o di sinistra, ma un problema di fondo, un assetto culturale, frutto di rapporti tra i poteri” dice Zanon con i testi alla mano.

“In altre parole, non esiste più una gerarchia: è questa la tendenza attuale del diritto contemporaneo. Tutto si bilancia. Il legislatore tenta di fare i suoi bilanciamenti, poi arriva la Corte costituzionale e stabilisce che quel bilanciamento è irragionevole, e ne propone un altro nuovo, e tutto suo”. Zanon allude evidentemente al bilanciamento invocato oggi a gran voce tra la tutela della privacy, diritto di cronaca e addirittura “la libertà di investigare” come ha scritto, senza minimamente convincerlo, il direttore di Repubblica Ezio Mauro, in nome del “popolo viola antibavaglio”. “Ci terrei a sottolineare che investigare non è una libertà, come sostiene Ezio Mauro, ma un potere finalizzato alla repressione dei reati, e cioè una funzione pubblica affidata all’autorità giudiziaria, che consente intrusioni nella vita intima delle persone, e di fronte alla quale si erge, perlomeno in una società così detta liberale ben diversa dalla Germania democratica al tempo della Stasi, la barriera dei diritti inviolabili sancita dalla Costituzione”.

Per suffragare la tesi del dominio incontrastato del bilanciamento – logica che, per esempio spinge lo stesso garante della Privacy a vigilare che “il cursore della privacy” non invada il diritto all’informazione – Zanon cita quella bizzarra sentenza della Corte costituzionale che nel 2009, a proposito di intercettazioni illegali, ha contraddetto una precedente sentenza del 1991, rovesciando il sino ad allora sacrosanto principio dell’inviolabilità della libertà e della segretezza delle comunicazioni, nucleo essenziale della libertà e della stessa dignità della persona umana: “Un decreto legge convertito nel 2006 stabilì che i dati acquisiti illegalmente da società di investigazioni private andassero distrutti il prima possibile e in deroga alle norme riguardanti la conservazione del corpo del reato, con un procedimento sommario che doveva precedere la chiusura delle indagini preliminari. Questo al fine di evitare che la vittima subisse un doppio danno, e cioè, dopo l’intrusione illecita nella sua vita privata, anche il rischio che quelle interferenze illegali potessero diventare, attraverso la fuga di notizie, strumento di diffamazione e denigrazione.

Ora questa norma, durante il processo sul caso Telecom, finì davanti alla Corte costituzionale. Ma come? – fu questa l’obiezione di incostituzionalità – Il procedimento sommario non viola l’esigenza di un contraddittorio pieno e il diritto di difesa dell’imputato? Mi sarei aspettato che la Corte costituzionale dicesse, è vero che esistono le garanzie abituali, ma di fronte a un’intercettazione acquisita illegalmente, con una brutale violazione della privacy, distruggiamo tutto per evitare che il danno si raddoppi. E invece no. La Consulta stabilì un altro principio e sentenziò: ‘Che assicurare il diritto inviolabile alla riservatezza della corrispondenza, e il diritto fondamentale alla vita privata, non giustifica una eccessiva compressione dei diritti di difesa e di azione e del principio del giusto processo’.

In altre parole, respinse la norma sulla distruzione immediata delle intercettazioni ottenute in modo illegale, in nome della ‘violazione irreparabile dei diritti delle parti’, legata all’imperfezione del contraddittorio, effetto a sua volta della distruzione del corpo del reato”. Un bell’esempio di bilanciamento causidico, insomma. “Se questo fu il ragionamento della Consulta sulle intercettazioni illegali, figuriamoci quale bramosia di bilanciamento mostrerà rispetto alle intercettazioni acquisite legalmente, se mai sarà chiamata a pronunciarsi sul ddl oggi in discussione in Parlamento. E’ facile prevedere che ne farà strage”.

Il problema, quindi, prima che giuridico- formale, è culturale, secondo Zanon. “In questo paese ci siamo troppo abituati a nutrirci di indiscrezioni carpite dal buco della serratura, la nostra curiosità viene eccitata da fatti scabrosi dei noti e meno noti, e tutto questo viene spacciato per libertà di stampa, quando invece è solo un malcostume giornalistico. Ormai, si fabbricano quotidiani basati sulla violazione sistematica di notizie riservate che vengono dalle procure o da altre fonti. Per questo, temo che un possibile bilanciamento avrà difficoltà a farsi strada, se mai le nuove norme, una volta approvate in Parlamento, dovessero finire davanti alla Consulta”.

Eppure, il Parlamento adesso non può recedere davanti allo spauracchio dell’incostituzionalità. Zanon ha allertato i legislatori nel seminario della Minerva, ma è stato anche il primo a riconoscere, insieme col suo collega ordinario di Diritto processuale penale, Giorgio Spangher, che sul piano dei presupposti la nuova legge in discussione non cambia granché. “Per esempio, il termine dei 75 giorni, previsto dal ddl per la durata delle intercettazioni, è facilmente superabile: infatti, non si tratta di un limite massimo in assoluto, ci possono essere ulteriori elementi di indagine, nati da nuovi dati. E del resto questo vale anche per la legge in vigore, visto che le norme approvate in Parlamento vengono sottoposte al lavorio incessante della giurisprudenza che può tradire la ratio originale e l’intento del legislatore dando interpretazioni che aggirano qualsiasi tentativo di bilanciamento.

Oggi, rispetto al ddl in discussione in Parlamento prevale una critica radicale: molti ritengono che il vero problema sia il rapporto della privacy con la libertà di informazione. In realtà, però, la magistratura non sembra troppo preoccupata dal nuovo ddl: quale che sia la formula scelta dal legislatore, sarà sempre sottoposta al vaglio, dunque all’interpretazione, della giurisprudenza. La legge in vigore, per esempio, ha già stabilito che occorrono ‘gravi indizi di reato’ per ricorrere alle intercettazioni come strumento investigativo, e che esse dovrebbero essere ‘assolutamente indispensabili’ per il prosieguo delle indagini. Ora, visti i dati numerici sull’uso delle intercettazioni, questa norma è stata ampiamente soggetta a interpretazioni, che fanno di quell’‘assolutamente indispensabile’ una mera opinione. Dunque, come ha sottolineato Spangher, non è che la nuova legge riduca di molto i termini delle intercettazioni, o ne renda l’uso più difficile.

L’unica difficoltà sta nel fatto che i magistrati, per ottenere le proroghe, dovranno mandare gli atti al tribunale distrettuale. Ma sul piano dei presupposti, lo ripeto, non cambia granché. E sul piano pratico, il risultato della legge sarà modesto, tanto più che la lotta per stabilire il suo significato spetterà sempre ai giudici”. Ma allora la nuova legge e la polemica che ha suscitato sono la classica tempesta in un bicchier d’acqua? “Il vero paradosso è il grave danno politico e in termini di immagine, che presta il fianco alle critiche più atroci, come ‘la legge-bavaglio’ imposta per difendere ‘la privacy di una casta’, o ‘la privacy del malaffare’, come dice Roberto Saviano”. Un clima preoccupante in termini di confusione dei principi, no? “In effetti, bisognerebbe esserci passati, sotto le forche caudine della pubblica diffamazione, per sapere che la riservatezza è un bene troppo importante, per lasciarlo in balìa della polemica politica. Molti di noi sono spinti dalla necessità morbosa di conoscere piccanti dettagli della vita dei noti e dei meno noti.

Viviamo in una società in cui ci siamo abituati a mettere tutto in piazza. E’ questo che ormai ci interessa, più che riflettere su questioni di interesse generale o sui principi inviolabili: ci preme sapere i fatti degli altri, quanto guadagnano, con chi escono, dove vivono e come vivono. E’ un abito mentale ormai diffuso: a furia di fare un simile giornalismo ci siamo abituati che rappresenti la libertà di stampa. In questo clima, il povero art. 15 è da dimenticare. Ma ci sarà stata pure una ragione, se abbiamo persino istituito un garante per la Privacy? Adesso, lo stesso garante della privacy parla di ‘cursore’ e si preoccupa che la Privacy non sia tutelata troppo…

E’ difficile innalzare la bandiera di una battaglia in controtendenza, anche se tenere duro sui principi non guasterebbe. La logica imporrebbe di provare comunque a offrire qualcosa di meglio di ciò che c’è oggi. Scontando che le dichiarazioni di incostituzionalità non mancheranno, se la maggioranza desse prova di compattezza, l’idea di privacy, a lungo andare, potrebbe ritrovare la sua dignità, tornare ad essere, come la Corte costituzionale sentenziò nel 1991, ‘parte necessaria di quello spazio vitale che circonda la persona e senza il quale questa non può esistere e svilupparsi in armonia coi postulati della dignità umana’. Ma ormai è un strada in salita”.

 di Marina Valensise

14/07/2010
Visconti