La scuola è divenuto uno dei grandi temi che oggi separano più nettamente la destra dalla sinistra. La giornata di mobilitazione che Forza Italia ha promosso su questo argomento, che in particolare l'ex sottosegretario all'istruzione Valentina Aprea ha fortemente voluto, giunge a confermarlo. Il dibattito pubblico nel nostro Paese, da almeno dieci anni a questa parte, evidenzia sempre più chiaramente la differenza tra chi intende la scuola come strumento al servizio della persona e chi, invece, ritiene che essa debba riferirsi alla comunità e, in particolare, alla comunità nazionale. Da questa differenza fondamentale deriva, da un canto, l'idea che diverse ipotesi pedagogiche ed educative possano e debbano entrare in concorrenza tra loro; dall'altro quella di confermare il vigente modello di scuola unica, magari riveduta e corretta. Deriva, di conseguenza, anche una diversa concezione del ruolo che lo Stato deve assolvere. La contrapposizione, in questo caso, non è tra i fautori dello "Stato presente" e quelli dello "Stato assente" perché, ad oggi, che allo Stato spettino compiti importanti nei processi educativi proprio nessuno lo mette in dubbio. Ma mentre a destra si ritiene che questi compiti risiedano nell'accreditamento dei presupposti sui quali diversi progetti educativi possano poi liberamente svilupparsi e concorrere, a sinistra si è fermi al vecchio ideale dello Stato gestore della scuola di tutti (anche se il ministro Fioroni si affanna a spacciare questa minestra riscaldata nella scuola del futuro).
Al cospetto dei cambiamenti sociali che stanno interessando la nostra società, interessata dalla presenza di gruppi sempre più numerosi che si riferiscono a culture e a religioni differenti, queste concezioni alternative sono destinate ad approfondirsi e ad acquisire una sempre maggiore importanza. Dall'educazione scolastica passa, infatti, una parte fondamentale delle politiche d'integrazione. Chi ripropone il modello della scuola unica ritiene, evidentemente, che esista ancora una religione civile dello Stato sovraordinata rispetto alle fedi o anche solo alle culture: una pericolosa illusione che il caso francese ha smascherato. Lì, nonostante l'eredità del mitico istitutore laico custode delle tavole sacre della cittadinanza, non si è riuscito ad evitare che i giovani immigrati di terza o quarta generazione mettessero a ferro e fuoco le banlieu. Non è difficile immaginare cosa potrà accadere nella scuola pubblica italiana, che gode di un'identità più debole di quella francese. Già in passato essa non ha resistito alle pretese egemonie di ideologie particolari. Perché non temere che nel futuro prossimo venturo essa possa trovarsi esposta a tentativi di conquista che ancor più profondamente mettano in discussione le tradizioni e i principi della nostra civiltà?
Per evitare tale rischio bisogna saper osare. E' necessario che lo Stato, da gestore debole di una scuola unica in realtà di parte, si faccia promotore forte di una cittadinanza che non imponga a nessuno né di convertirsi né di ricacciare l'identità nel ghetto della propria coscienza. E' necessario, in altri termini, che lo Stato accerti che tutte le ipotesi educative richiedenti un riconoscimento rispettino principi previi inderogabili, assicurino standard qualitativi minimi, risultino programmaticamente disposte all'interazione. Dovrà inoltre controllare che tali requisiti siano garantiti durante tutto il corso degli studi e, attraverso commissioni esterne, certificare i risultati conseguiti dagli alunni al momento del rilascio dei diplomi.
A questo il modello si è riferito il Patriarca di Venezia Cardinale Angelo Scola in occasione dell'ultima festa del Redentore. Egli non ha chiesto favori per la scuola cattolica. Ha proposto una scuola realmente laica nella quale anche quegli islamici che intendano realmente integrarsi e rispettare i principi che sono alla base della nostra civile convivenza potranno perseguire i propri progetti pedagogici. E' un rischio, visto quanto è accaduto in madrasse e scuole di via quaranta. Se si guarda al dopodomani, e non solo al domani; se si hanno presenti i fallimenti ai quali sono giunti sia la proposta laicista (vedi incendi nelle banlieu di Parigi) sia la proposta multiculturalista (vedi le bombe negli zainetti della metropolitana di Londra), apparirà chiaro che questa cruna d'ago non si potrà evitare. A meno di fare come Fioroni: esorcizzare il futuro immaginandolo come lo desidereremmo.
Su questo sfondo, si innesta il problema di metodo, che è il cuore dell'interpellanza in oggetto. Sono convinto che queste problematiche avrebbero meritato un grande dibattito parlamentare alla luce del sole, nel quale le due concezioni potessero confrontarsi, ricercare possibili punti di accordo e, nel caso, accertare una irriducibile diversità secondo il metodo del confronto caro alla democrazia conflittuale.
È accaduto, invece, che parti rilevanti della cosiddetta riforma Moratti (in particolare quelle che facevano riferimento a quella visione personalistica, che ritengo sia al fondo di una delle due visioni competitive che per ragioni di brevità ho dovuto schematizzare) siano state di fatto abrogate non attraverso un legittimo intervento legislativo, ma in sede di contratto collettivo.
Ci si è venuti a trovare al cospetto di una scorrettezza di stile, ma anche di una scorrettezza formale. Infatti, il contratto collettivo è fonte secondaria di produzione di norme e, in mancanza di un atto di indirizzo del Governo, ai sensi della legge n. 165 del 2001, esso non ha la possibilità di abrogare una norma di grado primario, come invece è avvenuto.
La situazione diventa ancora più grave se ad un'indagine di carattere formalistico ne aggiungiamo un'altra di tipo - mi sia concessa l'espressione, che deriva da una deformazione professionale - storico, anche se parliamo di avvenimenti molto recenti. Infatti, tutto ciò assume un insopportabile sapore di sopruso laddove si pensi che la contrattazione collettiva prevista dalla cosiddetta riforma Moratti, che si sarebbe dovuta svolgere in sede ARAN, è stata bloccata dai sindacati nel corso di tutta la scorsa legislatura, sebbene più volte sollecitata.
Dunque, viene facile il sospetto che di fatto si attendesse il termine della legislatura e l'auspicato avvento di un Governo amico (che, tra le altre cose, negli ultimi mesi della legislatura appariva più probabile di quanto poi le urne hanno rappresentato) per riprendere il tema ed intervenire attraverso questo strumento, al fine di cancellare quella parte della normativa che non era considerata con occhio favorevole dai sindacati.
Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, l'interpellanza in oggetto è volta a comprendere il motivo per cui l'Esecutivo si sia prestato a questa procedura da conventicola piuttosto che assumere la strada maestra del confronto politico e parlamentare.
Ritengo che il problema non riguardi soltanto la parte politica che io ho l'onore di rappresentare e nemmeno l'oggetto specifico al quale l'interpellanza si riferisce; credo, piuttosto, che esso interessi gli stessi rapporti tra poteri, quelli che esistono tra il potere esecutivo e quello legislativo.
Si chiede, pertanto, se il Governo ritiene veramente che con una contrattazione collettiva si possano abrogare norme primarie, come quelle di fatto abrogate per quel che concerne la riforma Moratti.
Proprio questo quesito mi ha spinto, quando ho avuto notizia di ciò che era avvenuto, ad informare della mia protesta il presidente del Senato Marini, raccogliendo la sua preoccupazione.
In definitiva, sulla scorta di queste considerazioni sul corretto rapporto tra i poteri, vi chiedo, signori del Governo, se intendete confermare la vostra fiducia in un metodo, quello della democrazia competitiva e conflittuale, o se piuttosto ritenete indulgere verso un'altra concezione di rappresentanza, quella corporativa, attraverso la quale, come sappiamo, si può più facilmente evitare il confronto, e magari lo scontro, tra le posizioni legittimamente sostenute dal Governo e quelle che possono invece maturare all'interno delle Aule del Parlamento.