Il bene comune e un'agenda di speranza per il futuro del Paese: i due temi chiave che attraversano il documento preparatorio per la 46esima Settimana sociale dei Cattolici italiani, già di per sé rilevanti, si pongono come architravi di una visione positiva e addirittura rivoluzionaria se uniti in un binomio così come il testo di fatto ce li presenta. E l'esplicito richiamo all'appello per la formazione di una nuova generazione di cristiani impegnati in politica, formulato a più riprese finanche da Papa Benedetto XVI, testimonia la volontà della Chiesa di riaffermare la piena cittadinanza dei propri principi nell'arena dello spazio pubblico. E' l'incipit dell'intervento di Gaetano Quagliariello, vicepresidente del senatori Pdl in occasione della presentazione della 46esima Settimana sociale dei Cattolici italiani.
La declinazione del concetto di bene comune e la sua traduzione in orientamenti e proposte concrete coinvolge e interpella direttamente quanti a diverso titolo sono impegnati all'interno delle istituzioni. E l'invito alla discussione che è oggi pervenuto a parlamentari di ogni orientamento è oltremodo significativo. La promozione di un dibattito fra politici intorno a un documento ecclesiale e la scelta di trattare nel documento stesso temi di cogente rilevanza nell'agenda di governo del Paese; la voglia di confrontarsi con la globalizzazione cogliendo in positivo la sfida che essa pone al mondo occidentale e in particolare al nostro Paese; l'interpretazione solidaristica ma non banalmente buonistica con cui si affronta il tema dell'immigrazione; una lettura delle dinamiche economico-sociali attenta ai più deboli ma rivolta al futuro e non a modelli superati e di fatto insostenibili; il concetto rivoluzionario di una condivisione fondata sulle differenze e sulle specificità, e la proposizione di un'idea di libertà responsabile; lo sprone all'adozione di misure fiscali a tutela della famiglia e di politiche educative che salvaguardino il principio di autorità; l'invito a completare la transizione istituzionale assicurando agli elettori la possibilità di una scelta chiara e trasparente, a chi governa gli strumenti per realizzare il proprio programma e all'opposizione visibilità e prerogative nei confronti della maggioranza: credo che con tali temi nessuno di noi possa evitare di confrontarsi.
E credo anche che il rinnovato protagonismo di cui tutto questo dà prova sia la migliore risposta ai reiterati tentativi di espellere il senso religioso e la voce delle istituzioni ecclesiali dal dibattito pubblico e di confinare le loro istanze nella dimensione privata e intimistica della fede.
Proverò a tracciare alcune brevi considerazioni. Partendo da una premessa: dopo il fallimento delle ideologie novecentesche, la politica è divenuta più concreta. Le impalcature ideologiche hanno ceduto il passo alla cosiddetta "politica del fare", colmando la distanza che troppo spesso ha separato l'impegno pubblico dal perseguimento del bene comune. Questo però non significa che la politica sia soltanto pragmatismo. La scomparsa delle ideologie non equivale alla cancellazione della dimensione ideale e delle passioni degli uomini sulle cui gambe i percorsi si consumano. Il rischio, in caso contrario, è che i totem del secolo scorso - in particolare il comunismo - siano rimpiazzati da un'ideologia di sostituzione non meno pericolosa per le sorti dell'umanità.
Ripercorrendo in controluce il primo decennio del nuovo secolo, infatti, possiamo scorgere l'influenza di due tendenze diverse ma convergenti verso un esito unitario: il crollo del grande dogma è sfociato da una parte nella pretesa di relativizzare ogni altra verità fino ad affermare una visione nichilista; ma allo stesso tempo ha suscitato la necessità di una ideologia di sostituzione, priva di icone e di testi di riferimento, ma non per questo meno costruttivista e in grado d’incarnare quel desiderio insoddisfatto di perfezione e di pieno controllo del destino umano, trasferendo in campo antropologico quell'ideale ingegneristico che le ideologie avevano per tanto tempo promesso di esaudire pienamente in ambito sociale. Dal combinato disposto di queste dinamiche è derivata la fondazione di una nuova religione civile intorno al concetto di autodeterminazione: in suo nome, l’individuo dovrebbe avere il controllo assoluto della sua esistenza, e pretendere che la dimensione pubblica legittimi ogni suo desiderio traducendolo in diritto positivo.
Lungo questa deriva, per cui tutto è relativo, opinabile e lasciato dunque alla libera determinazione del singolo, perde di valore ciò che è accumulazione di senso: la tradizione, i corpi intermedi, la comunità, lo stesso popolo. Ma proprio nel momento in cui dal ventre profondo della società si mettono in moto gli anticorpi, chi combatte la deriva "progressista" che pretende di assolutizzare il concetto di autodeterminazione e ad essa oppone il riferimento ai principi previi che fondano la nostra civiltà deve guardarsi dalle insidie che una reazione uguale e contraria potrebbe determinare.
La tentazione, infatti, potrebbe essere quella di trasferire in politica i precetti della religione cosiddetta "ufficiale", o in alternativa fondare sulla tradizione giudaico-cristiana una religione civile concorrente rispetto a quella che rischia di conquistare il senso comune, utilizzando di fatto il sacro a fini profani. Non sfuggiranno le controindicazioni che entrambe le strade presentano, se assunte nella loro purezza idealtipica: in un caso si rischierebbe di contrapporre all'avanzata del progressismo una riedizione oggi improponibile dell’esperienza di quei partiti unici che, come la Dc in Italia, hanno a lungo preteso detenere il monopolio del sentimento religioso; nella seconda ipotesi, ci si esporrebbe all’antico pericolo di strumentalizzare in chiave tutta politica l’esperienza religiosa.
Cionondimeno, pur nella consapevolezza delle insidie che si nascondono ad ogni passo, questo è un tema sul quale il centrodestra, e in particolare un partito come il PdL, che aspira ad essere la grande casa dei moderati e a incarnare i principi del popolarismo europeo, non può fare a meno di interrogarsi. Innanzi tutto al proprio interno. Dobbiamo assumerci la responsabilità di aprire un confronto schietto nel PdL, chiedendoci se è vero, come sostiene qualcuno, che nel 2010 un partito moderno debba necessariamente aderire al senso comune - o meglio a quello che viene spacciato come tale - o se piuttosto per un partito che è parte della famiglia del popolarismo europeo vi siano dei principi previi dei quali non si possa fare a meno, chiarendo quale sia il perimetro per la legittima manifestazione di un dissenso e quali siano gli architravi senza i quali perderebbe di senso lo stesso riconoscersi in un progetto comune.
Non voglio nascondermi dietro a un dito: in un grande partito a vocazione maggioritaria non si può pretendere che vi sia un'ideologia unificante, tantomeno una cultura monolitica di riferimento. Ma la coesistenza e la convergenza di culture diverse non elimina il problema di individuare alcuni principi indisponibili, che valgano per tutti i consociati.
Io credo che su questo terreno la sfida per il PdL sia quella di definire un patrimonio di riferimento, un bagaglio ideale condiviso che possa unire chi crede e chi non crede, e rappresentare in prospettiva la base della riunificazione in una casa comune di quanti nel nostro Paese si riconoscono nei principi del popolarismo europeo. E credo che il baricentro attorno al quale tale comune appartenenza può fondarsi sia la centralità della persona declinata in ogni ambito della vita civile, senza dimenticare la dimensione sociale dell'esistenza dell'uomo ma interpretando la società come ambito di mutua e responsabile valorizzazione delle persone e non come sovrastruttura deputata a garantire il godimento di diritti assoluti. Il documento che oggi ci è stato presentato offre importanti spunti di riflessione in tal senso.
In un contesto simile, quali spazi di agibilità il panorama politico offre attualmente a quella nuova generazione di cristiani alla quale facevamo all'inizio riferimento? Come ho già detto, non credo affatto nella possibilità di una riproposizione del partito unico dei cattolici: il pluralismo di quel mondo è ormai un dato acquisito. Ma - per una constatazione di fatto, e non per amore di polemica - non si può non registrare come, a fronte di un'agenda politica che ha visto assegnare sempre maggiore centralità a temi fondamentali del magistero della Chiesa cattolica, a sinistra la tentazione di espellere la religione dallo spazio pubblico sia divenuta sempre meno latente. Ne è testimonianza il disagio dei tanti cattolici che hanno abbandonato il Pd perché hanno visto delusa la convinzione che il loro bagaglio avrebbe avuto pieno diritto di cittadinanza nel nuovo partito; o il malessere di quanti vi sono rimasti ma vivono con problematicità l'evoluzione - o l'involuzione - di un progetto che somiglia sempre di più a un erede del vecchio Pci che a un soggetto nuovo in grado di rispondere alle sfide del terzo millennio.
Al fondo della riflessione che ognuno di noi è chiamato a compiere su questi temi, e alla base del crinale ideologico che oggi divide schieramenti opposti e per certi versi trasversali, vi è l'interrogativo sul rapporto che intercorre tra la democrazia e la verità. Noi crediamo che la democrazia abbia bisogno di un fondamento di verità. Se ne fa a meno, riducendosi a mera procedura in un orizzonte che riconduce tutto alla soggettività, finisce inevitabilmente per negare se stessa.
Non è una questione di destra e di sinistra: in gioco c'è una concezione più profonda della fonte di legittimazione e dei limiti dell'agire pubblico. Non è un caso che proprio chi nega l'esistenza di un riferimento a principi previi - che per chi crede risiedono in una dimensione trascendente e per chi non crede nei postulati del diritto naturale - cada poi nella contraddizione fatale di invocare la regola democratica salvo poi cercare di sfuggire al suo significato effettivo: quello di riflettere la sovranità del popolo. Le testimonianze di tale deriva abbondano. Basti pensare alla centralità sempre crescente assegnata alla burocrazia comunitaria veicolata mediante direttive, al punto da mettere in discussione la stessa libera espressione dei Parlamenti nazionali.
Basti pensare al ricorso sempre più frequente ai tribunali, con l'obiettivo di aggirare il processo della decisione democratica e fissare per via giudiziaria la trasformazione in diritto di quella libertà intesa come arbitrio individuale che non dovesse trovare spazio nelle istituzioni rappresentative. Basti pensare alla tendenza a dilatare la sfera d'intervento delle Corti Costituzionali. Basti pensare, infine, ai sempre più frequenti tentativi di porre la sovranità popolare in concorrenza con altre fonti decisionali estranee al circuito della democrazia rappresentativa, e che dunque traggono legittimazione non dalla sovranità del popolo ma di volta in volta da diritti sovraordinati, da presunte nobiltà d'intenti, da esigenze superiori derivanti da contesti extra-statali.
Con questo non voglio certo rinnegare il sistema di pesi e contrappesi sui quali si fonda ogni democrazia. Né intendo affermare che la verità che entra in questione nel gioco democratico, pur essendo una verità forte e a priori, possa pretendere di oltrepassare ogni idea di concorrenzialità e concepirsi come assoluta. Ma noto, e la cosa non mi stupisce, che proprio quanti rifiutano il riferimento a principi previi, allo stesso tempo vorrebbero reintrodurre nella nostra società i germi di quel giacobinismo che storicamente ha finito col contrapporre alla sovranità popolare una presunta "volontà generale" intesa come verità assoluta, rispetto alla quale non c'è margine per l'errore né per il dissenso.
Chi crede che proprio nell'errore e nella contraddizione risieda la libertà della persona; che la ricerca della perfezione sia il prodromo del totalitarismo; che il perseguimento concreto del bene comune è percorso più tortuoso e difficile dell'enunciazione astratta dei falsi miti di una religione civile. Chi sa che la politica viaggia sulle gambe degli uomini con le loro contraddizioni e i loro errori; chi dalla storia ha voglia di imparare; chi non è abituato a dividere il mondo in bianco e nero e non è avvezzo a scagliare la prima pietra, non può accettare che nella particolare arena del vivere civile che abbiamo scelto di percorrere con il bagaglio dei nostri difetti la morale venga dissolta nel moralismo.
In uno snodo che ci sollecita scelte esiziali per il futuro del Paese - e i temi sottoposti oggi alla nostra attenzione dal documento ne sono testimonianza - la risposta più sbagliata e più immorale sarebbe proprio quella di ideologizzare il tema della morale in politica, nella speranza di ricavare qualche strapuntino o qualche rendita di posizione da un uso distorto del concetto altrettanto distorto di "questione morale". La politica è fatta da uomini, i partiti sono fatti di uomini, e dunque nessun partito e nessun consesso politico può considerarsi immune da problemi di moralità, di fronte ai quali ci si deve assumere politicamente le proprie responsabilità. Altro, però, è lasciarsi dettare scelte e tempi dagli organi di stampa o dalle piazze giustizialiste; altro è l'evocazione impropria e strumentale dello spauracchio di fenomeni degenerativi di portata sistemica che sono intrinsecamente estranei alle nuove forme che ha assunto la nostra democrazia.
Sempre più spesso si ritiene da parte di alcuni che sconfiggere storture e deviazioni proprie dell'ambito pubblico possa essere motivo sufficiente e fondante dell'impegno politico. La conseguenza è che, con il trascorrere del tempo, le battaglie per la moralità pubblica possono tradursi in moralismi dietro i quali, non di rado, si celano le imperfezioni e a volte persino le perversioni dei censori.
Io credo che il senso del nostro agire nelle istituzioni sia differente: chi immagina il proprio impegno come contributo al bene comune, e non come esercizio narcisistico fine a se stesso, deve essere disponibile a sporcarsi le mani, con l'ambizione di tirarle fuori nette. Tirarsi indietro di fronte alla sgradevolezza di certe situazioni o alla rude essenzialità di taluni impegni non conferisce in politica il diritto né l'autorità per impartire lezioni o sentirsi un gradino al di sopra della comune umanità. Abbiamo impiegato decenni per smontare a sinistra il mito della superiorità morale: non accetteremo che venga riesumato per fini di lotta interna a un partito.