Pol.is. La corruzione è questione antica: nelle società occidentali addirittura coeva alle nascita della polis: quasi legalizzata nell’antica Roma, fiorita con il trasformismo nel Regno d’Italia, poi quando più quando meno, il fenomeno ha segnato la storia repubblicana, talvolta raggiungendo proporzioni sistemiche come con Tangentopoli. Il fenomeno è riemerso negli ultimi mesi con caratteristiche che sembrano diverse anche perché diverso è il quadro di riferimento, in particolare con la sempre minore incidenza dei partiti in quanto tali nella vita pubblica.
Gaetano Quagliariello. Vorrei partire da una premessa di chiarezza, per sgomberare il campo da un’ipocrisia di fondo che avvolge e finisce sistematicamente per falsare il dibattito su questo tema: l’esistenza di fenomeni di corruzione è purtroppo statisticamente fisiologica, in politica come in altri ambiti della vita civile. Negare questa realtà sarebbe come affermare che in una società non esistono uomini egoisti o uomini disonesti o uomini bugiardi e così via. Insomma, sarebbe come teorizzare l’esistenza di un’umanità immune da difetti e deviazioni. Ma proprio perché la corruzione è un elemento che esiste e con il quale bisogna fare i conti, è opportuno inquadrarlo nel giusto contesto.
Negli ultimi mesi abbiamo sentito tanto parlare di una “nuova Tangentopoli”: si è tentato di far credere che si stesse riproducendo nel nostro Paese e nel suo tessuto dirigente quella stessa diffusa prassi degenerativa che ha accelerato la fine della Prima Repubblica. Si tratta di un errore. Quelli che le cronache recenti hanno offerto alla nostra attenzione sono episodi singoli, che nessuno intende sottovalutare e nei confronti dei quali è doveroso adottare tutte le giuste contromisure, ma che sarebbe improprio classificare come l’epifenomeno di una nuova Tangentopoli. La vostra domanda centra il cuore della questione: Tangentopoli è stata lo sviluppo terminale di una patologia degenerativa che aveva visto i partiti estendere a dismisura la propria influenza fino a permeare ogni ganglio della vita pubblica.
Immaginare che un meccanismo del genere possa riprodursi oggi che i partiti, al contrario, soffrono di una endemica debolezza e in un sistema in mutamento sono ancora un po’ personaggi in cerca d’autore, è un argomento retorico forse efficace per ottenere qualche titolo di giornale ma per nulla aderente alla realtà. Anzi, se c’è un dato che le recenti inchieste hanno dimostrato è proprio la perdita di terreno della politica rispetto agli apparati pubblici: scorrendo le ampie cronache che nell’ultimo periodo sono state offerte alla nostra attenzione, laddove ci si avvicina al cuore dei processi decisionali è molto più facile incappare nel nome di un funzionario o di un grand commis che non in quello di un parlamentare o di un partito politico. La realtà, in ogni caso, è che non esiste un mondo bianco e nero, non esistono società di buoni e di cattivi.
Esistono società di uomini fallibili che possono sbagliare: compito della magistratura è perseguire reati e punire i colpevoli; compito dei partiti è vigilare al proprio interno, selezionare con attenzione la propria classe dirigente e senza deflettere dai principi del garantismo essere inflessibili con le cosiddette “mele marce” e con chi dimostra di aver abusato della propria posizione pubblica; compito della politica è semplificare il sistema-Paese perché è nella farraginosità degli ingranaggi che le sacche di corrutela si annidano con più facilità.
Pol.is. La mancata riforma istituzionale e il clima di conflittualità permanente tra istituzioni dello Stato possono essere considerati fra le cause di indebolimento dei parametri di legalità, e quali strumenti riformatori appaiono più efficaci?
Quagliariello. Francamente ci andrei piano a generalizzare parlando di indebolimento dei parametri di legalità. Anzi. A me pare che questa errata percezione sia dovuta alla propaganda insistente di chi tenta impropriamente di additare la difesa dello stato di diritto e delle garanzie della persona come pretesa di impunità. In Italia, se si guarda al fondo delle cose, sta accadendo l’esatto contrario. In questi due anni lo Stato è tornato a fare lo Stato: lo si è visto in occasione di emergenze come i rifiuti di Napoli o il terremoto dell’Aquila, e sul fronte della lotta alla criminalità che sta facendo registrare successi senza precedenti nella storia repubblicana.
Fra l’Esecutivo e gli operatori della giustizia – le forze dell’ordine e quella grande maggioranza silenziosa di magistrati che ogni giorno compie il proprio dovere in silenzio e fra mille difficoltà - si è stabilita una nuova solidarietà. E il tentativo di assicurare il rispetto dei diritti delle persone nell’esercizio della giurisdizione, lungi dall’allargare le sacche di impunità, sta suscitando al contrario nel Paese un rinnovato senso di fiducia nelle istituzioni e di rispetto per le leggi. Per quanto riguarda la riforma del sistema istituzionale dello Stato, è auspicabile che in questa seconda parte della legislatura vi si riesca a metter mano.
Allo stesso tempo, è evidente che la speranza di successo del programma di riforme e soprattutto la possibilità che esse siano condivise con i settori più responsabili dell’opposizione presuppone la rinuncia da parte della sinistra a ogni tentativo di uso politico della giustizia, e l’anestetizzazione del conflitto tra giustizia e politica. In questo senso, sarà molto indicativo l’atteggiamento che l’opposizione deciderà di assumere rispetto la lodo Alfano costituzionale che abbiamo presentato in Senato.
Pol.is. Il funzionamento della Pubblica Amministrazione e la scarsità di determinati controlli sono all’origine dell’accentuarsi del fenomeno corruttivo che sembra assumere un carattere sistemico non più connesso al funzionamento dei partiti quanto all’abbassamento del livello di etica pubblica.
Quagliariello. Anche in questo caso, sarei cauto nello stabilire l’equivalenza tra l’emersione più o meno contemporanea in sede giudiziaria di episodi diversi e l’individuazione di un fenomeno corruttivo di carattere “sistemico”. Quando si mette in discussione, anche solo semanticamente, il caposaldo costituzionale per cui la responsabilità penale è personale, si creano i presupposti perché dalla giustizia si scivoli nella sociologia, e da lì alla giustizia sommaria di piazza il passo è breve.
Esiste invece un male sistemico dal quale in parte discendono anche i fenomeni di corruttela: consiste nella farraginosità della Pubblica Amministrazione; nella eccessiva complicazione e nella scarsa trasparenza delle procedure; nella moltiplicazione di centri decisionali e nella deresponsabilizzazione che inevitabilmente ne discende; nel ricorso alle procedure d’urgenza che questo elefantiaco e ipertrofico impone quando le decisioni necessitano di essere assunte in tempi brevi. Intervenire su questo fronte certamente non consentirà di debellare la piaga della corruzione dalla politica e più in generale dalla società. Ma di certo rendere più semplici e più trasparenti gli ingranaggi della macchina pubblica è la prima cosa da fare, perché significa chiudere interstizi importanti all’interno dei quali il malaffare può facilmente annidarsi.
Per almeno due ragioni: perché la complicazione dell’iter rende più difficili i controlli e moltiplica gli “spazi di manovra” per chi agisce mosso da intenti non commendevoli; e perché nei rapporti tra pubblica amministrazione e attori privati ogni passaggio in più rappresenta un potenziale ostacolo per il privato, per superare il quale si è tentati di “oliare” la macchina. Ecco, credo che la semplificazione e la razionalizzazione siano alcune delle grandi sfide che ci attendono.
Pol.is. Il federalismo è stato spesso considerato come un possibile antidoto al radicamento dei rapporti clientelari e della corruzione che interessa le istituzioni locali. Dopo la riforma dei Titolo V della Costituzione, quali sono oggi le riforme possibili e necessarie?
Quagliariello. Il federalismo introduce nel funzionamento delle amministrazioni territoriali due elementi cardine della trasparenza: una più diretta applicazione del principio di responsabilità, e una più stretta verificabilità della rispondenza tra tributi versati dai cittadini e servizi erogati dalle strutture pubbliche. In un quadro del genere, la consapevolezza di dover rispondere del proprio operato di fronte agli elettori si fa più stringente e i meccanismi di controllo meno eludibili.
Quando il sistema federale entrerà a regime, il giudizio dell’elettorato rafforzerà il suo potenziale di “antidoto naturale” nei confronti di fenomeni di malcostume o anche solo delle cattive gestioni della cosa pubblica a livello di enti locali. Ma fin da subito, ovvero dall’elaborazione dei decreti attuativi che ci vedrà impegnati nel prossimo periodo, uno dei fari che dovrà ispirarci sarà proprio la virtuosa applicazione del principio di sussidiarietà. Oltre a tutto questo credo sia altrettanto importante procedere lungo la strada della liberalizzazione dei servizi locali.
Un sistema fondato sul proliferare di municipalizzate e su una rete di sostanziali monopoli che ha fatto lievitare i costi, ha abbassato la qualità dei servizi erogati e soprattutto ha creato un humus ideale per gestioni clientelari e poco trasparenti. Anche su questo fronte il lavoro di governo e maggioranza è chiaramente indirizzato, e credo che il percorso in questa direzione andrà perseguito con sempre maggiore convinzione.
Pol.is. La riforma della giustizia è stato uno dei temi chiave su cui si è impegnato l’attuale governo, ma anche uno dei più discussi. Quali sono i punti in comune su cui governo e opposizione possono lavorare insieme per giungere a una riforma condivisa?
Quagliariello. Io credo che la riforma della giustizia sia un prerequisito affinchè tutto ciò di cui abbiamo parlato finora sia possibile. La riforma della giustizia è più vicina ai cittadini di quanto si immagini, e chi afferma il contrario o è in malafede oppure, nella migliore delle ipotesi, denota scarsa lungimiranza e scarsa aderenza alla realtà.
Spesso da parte di chi è più ostile nei confronti di qualsiasi cambiamento in tema di giustizia si utilizza un argomento retorico tanto mediaticamente efficace quanto facilmente mentibile sul piano dei fatti: quello per il quale la riforma del sistema giudiziario voluta dal centrodestra si ridurrebbe alle cosiddette leggi ad personam e a un insieme di norme finalizzate alla creazione di sacche di impunità. La realtà è ben diversa. La prima riforma che questo governo e questa maggioranza hanno approvato in tema di giustizia è la riforma del processo civile: e sfido chiunque a sostenere che la lentezza del giudizio civile non fosse una delle cause alla base dei problemi che abbiamo approfondito finora, e uno dei più micidiali fattori di deterrenza rispetto all’arrivo di capitali nel nostro Paese.
Quanto alla riforma del processo penale, che è in fase di elaborazione e sulla quale presto ci confronteremo, essa è imperniata su una effettiva parità tra accusa e difesa e dunque a una reale terzietà nel giudizio. Mira, insomma, alla salvaguardia delle garanzie della persona che solo una ottusa campagna propagandistica vorrebbe spacciare per impunità. E anche in questo caso il legame con il tema di questa intervista è strettissimo: solo l’esistenza di reali garanzie per l’imputato e la messa al bando di processi mediatici e linciaggi preventivi consentono di essere inflessibili con chi sbaglia e viene riconosciuto colpevole in sede giudiziaria.
Insomma: proprio chi sollecita i partiti ad adottare criteri si trasparenza nella selezione della classe dirigente e a dotarsi di regole che tengano la gestione della cosa pubblica al riparo da chi si sia macchiato di alcune categorie di reati, dovrebbe essere il primo a pretendere che l’accertamento delle condotte in sede giudiziaria avvenga nel pieno rispetto delle garanzie per l’imputato, che sono alla base degli ordinamenti giuridici di ogni democrazia avanzata. Infine, torno a sottolineare l’importanza di un passaggio preliminare a tutto ciò che abbiamo detto finora: l’anestetizzazione del conflitto tra politica e giustizia. Solo se i poteri dello Stato torneranno a essere in equilibrio, così come i Padri costituenti li avevano immaginati, sarà possibile parlare di riforma della giustizia, di semplificazione della pubblica amministrazione, di lotta alla corruzione, di crescita e di sviluppo. In caso contrario, bisognerebbe rassegnarsi a una democrazia “dimezzata”. Con buona pace di chi dalla classe politica si aspetta le riforme necessarie a far ripartire il Paese.