di Gaetano Quagliariello
Centocinquanta anni fa l’Italia divenne una anche e soprattutto perché vi fu chi scommise sul possibile contro il probabile. Mancavano, infatti, le condizioni affinché quello che fino ad allora era stato un sentimento tante volte frustrato potesse produrre qualcosa di concreto, grande e importante come uno Stato. Se si compara il 1861 ai tentativi precedentemente falliti ci si rende conto dell’importanza che la “risorsa politica” ebbe nel raggiungimento di quell’obiettivo e di come essa fu opportunamente impiegata, sui tavoli internazionali e nelle vicende interne, da Cavour e dalla classe politica che si era raccolta dietro di lui, la "Destra storica".
La consapevolezza di dover puntare sulla politica come risorsa condizionò, nel bene e nel male, lo stesso rapporto tra gli “unitari” e il Mezzogiorno d’Italia. Oggi è di moda sostenere che con l’unificazione il sud ci rimise. Non è vero. Per rendersene conto basta rivisitare l’ampia letteratura sulle condizioni economiche, sociali, igieniche in cui si trovava la gran parte del meridione prima che l’Italia divenisse una, senza fermarsi all’immagine oleografica riprodotta nelle guache ottocentesche che ritraggono Napoli capitale nobilissima. Quella nobiltà, nella realtà delle cose, copriva una spaventosa miseria e una diffusa ignoranza che negli anni post-unitari si andarono invece affievolendo.
E’ vero, piuttosto, che le necessità connesse a un processo di unificazione indotto, anziché derivato, portarono la Destra storica - culturalmente autonomista perché anglofila e moderata - a farsi centralista per esigenze della politica. E questa metamorfosi la spinse a puntare essenzialmente sulla forza per piegare la rivolta dei riluttanti, in quella che, per più versi, fu vera e propria guerra civile.
Oggi ci apprestiamo a festeggiare centocinquanta anni dell’avvenuta unità. Si discute di convegni, di mostre, presidenti di comitati vanno e vengono. Fra una celebrazione e l'altra, si deve però trovare il tempo per chiedersi se, nella dinamica tra nord e sud che allora si produsse, non vi sia qualcosa di drammaticamente attuale.
Oggi come allora, infatti, le condizioni per tenere insieme il Paese non sono scontate. Oggi come allora la sfida alla quale siamo chiamati pone in gioco una possibilità contro una probabilità. E oggi come allora, infine, serve un utilizzo sapiente della “risorsa politica”.
Concentriamoci sull’essenziale. Una crisi economica epocale sta investendo il vecchio continente mettendo in forse la sussistenza stessa di stati sovrani e, in fondo, la costruzione europea così come si è fin qui definita. L’Europa ha perso forza propulsiva e gioca in difesa. Ed è evidente che, dentro e fuori le istituzioni ufficiali degli Stati, vi siano forze che pensano di riparare agli indiscriminati allargamenti del recente passato puntando sulla creazione di due continenti destinati a viaggiare a velocità differenti. Se questo progetto prendesse forma si renderebbe attuale il taglio di fatto dell’Italia: solo le regioni del nord potrebbero agganciarsi al treno che corre più in fretta.
Man mano che le risorse diminuiscono e i sacrifici si fanno più duri, sotto traccia, la disponibilità magari inconsapevole ad assecondare questo progetto sta crescendo anche dentro la politica italiana. E non è monopolio della Lega. Un chiaro segnale è giunto dal dibattito che ha accompagnato la recente manovra economica e nel modo con il quale le regioni del nord, di destra e di sinistra, hanno proposto la logica astratta delle "regioni virtuose". Tradotta in termini concreti si tratterebbe di cristallizzare le differenze storicamente emerse, addirittura approfondire il divario fissando l'asticella dei "costi standard" in base a parametri inadeguati e scarsamente aderenti alla realtà, rinunziando definitivamente a individuare strumenti e mezzi affinché le regioni che virtuose oggi non sono possano diventarlo nonostante il fardello che si portano sulle spalle. Da qui all'anticamera della disunione, il passo sarebbe assai breve.
E pure oggi, esattamente come centocinquanta anni fa, l’unità del Paese conviene: non solo per ragioni culturali, psicologiche e sentimentali. Ancor di più per motivi economici e geopolitici. Nell’età della globalizzazione, infatti, lo Stato ha modificato compiti e funzioni ma non è divenuto un inutile orpello. Per fronteggiare fenomeni nuovi come ad esempio il governo dei flussi migratori, è bene che abbia consistenza e peso. Altrimenti c’è l’illusione di essere più ricchi, divenendo nei fatti provincia subordinata. O quella di poter fare da sé, alla ricerca di prospettive mediterranee che solo se affrontate con uno Stato alle spalle potrebbero rivelarsi qualcosa di diverso da una velleitaria fuga verso il sotto-sviluppo. E insieme, nordisti e sudisti, si smarrirebbe la possibilità di una nuova crescita a ritmi elevati, legata essenzialmente alla comune opera di liberazione dalla criminalità organizzata di quelle terre da redimere (e a quanto pare anche di territori fino a poco tempo fa insospettati) che ancora hanno i margini per poter crescere e far crescere l’intera nazione.
Rendersi conto di tutto ciò significa comprendere l’importanza della politica e interpretarla come risorsa. La classe dirigente meridionale porta sulle sue spalle la zavorra di una spesa pubblica incontrollata insieme alla consapevolezza che per interrompere la spirale le sole cesoie non bastano, perché l'uso distorto di comparti a lungo impiegati come ammortizzatori sociali ha determinato irragionevoli dinamiche occupazionali ma anche la maturazione di diritti acquisiti con i quali dover fare i conti. Alla nuova classe politica alla guida delle regioni del sud spetta, per questo, il difficile compito di trasformare la contraddizione in felice ambiguità, governando il “debito” storico nella prospettiva del suo superamento, senza servirsene più come alibi.
I governatori del nord non possono fare a meno di pretendere che il passato smetta di essere una scusa a copertura di nuove spese ed errori. Glielo chiedono a gran voce le loro popolazioni. Allo stesso tempo, però, sta a loro spiegare ai propri elettori quanto sbagliata possa rivelarsi la logica della tabula rasa, scaricando tutto il peso di ciò che è stato (anche per responsabilità del nord) sulle spalle di nuovi governatori che meritano una prova democratica, oltre la tentazione del “commissariamento di fatto”. E sta ai politici nazionali compiere uno sforzo di comprensione ed empatia, ricordando che la politica deve considerare i numeri ma non farsi annichilire da essi, servirsi dei parametri senza sottomettersi alla logica burocratica del "rispetto formale", cooperare con i funzionari senza delegare loro scelte che competono a chi è stato investito di responsabilità per mezzo del processo democratico.
Oltre questa sintesi, al Nord resta una reazione di rigetto verso il giustificazionismo storicistico e al Sud la tentazione del "ribellismo": spinte opposte ma speculari che porterebbero alla inevitabile riemersione di derive secessioniste che per ora sembrano tramontate. Bisogna evitare che l’anniversario unitario, per una beffa della storia, finisca col sancire l’indebolimento di quella classe politica che, per orientamento ideale, radicamento territoriale, scelte culturali di fondo, è l’erede più prossima della Destra storica che fece l’Italia.
E, per calarci più prosaicamente nelle cronache di questi giorni, c'è bisogno anche che il PdL reagisca al tentativo di incubare un simulacro di "partito del Sud" mettendo insieme dissidenza finiana, vecchi e nuovi centristi, varie sigle autonomiste, e di schiacciare il partito di maggioranza relativa sull'asse di governo con la Lega uscito necessariamente rinsaldato dalla scissione dei seguaci del presidente della Camera. Non servono grandi alchimie: basta, e non è poco, un'azione politica incisiva che smorzi sul nascere le bramosie di "conquista" da parte di nuove formazioni.
Rendersene conto, significa sapere qual è la vera posta in gioco. Una consapevolezza più importante di ogni celebrazione.