di Gaetano Quagliariello
Ferragosto, visita alla casa circondariale di Bari. Un po' un amarcord (è di fronte alla cameretta che occupai a due anni quando i miei si trasferirono da Napoli); un po' un'adesione alla campagna dei radicali; molto un modo per rispondere all’appello per la legalità del Procuratore Antonio Laudati.
Di legalità, infatti, nell'ultimo periodo ho sentito parlare molto. E quasi sempre ideologicamente, per lotta politica interna: un approccio così strumentale da causare una crisi di rigetto. Anche per questo apprezzi la prosa di Laudati. Che non recita per fini politici. Non brandisce il tema come una mazza con cui colpire gli avversari. Non indossa le veste candida del puro che ti vuole epurare. E che, invece, propone la battaglia per la legalità come un duro compito quotidiano, da svolgere con discrezione e costanza, attraverso piccole scelte personali coraggiose; riforme per rendere la giustizia più efficiente (e quindi più giusta); interesse per l’edilizia giudiziaria per concedere a chi serve la legge, e a chi ne subisce l'applicazione, condizioni più dignitose.
In carcere non vado solo a Ferragosto. Ne ho girati alcuni nel centro e nel nord Italia. E ho capito che l’unica valutazione sensata, in questo universo, è quella comparativa. In questa prospettiva la realtà della casa circondariale di Bari, che ho visitato con il consigliere regionale Domi Lanzilotta, non mi ha scioccato. Ho visto molto di peggio. A Bari la struttura è vecchia, ma non fatiscente. Si nota una cura particolare - merito di chi vi lavora – per evitare il degrado.
Come quasi ovunque, poi, anche a Bari la realtà non è uniforme nelle varie parti del penitenziario. Le celle sono a norma in tutte le sezioni, tranne che in quella femminile (dove però la classicità della struttura dà un forte senso di ordine e pulizia), e nella seconda. Qui la situazione è davvero seria. Sia nei cosiddetti “cunicoli” (piccole celle da due persone) sia nei “cameroncini” (che di persone ne contengono fino a sette) manca lo spazio vitale. E il sovraffollamento oltrepassa sia la norma sia i limiti della dignità personale.
Questa realtà incide su chi sconta la pena. Ma anche su quanti in carcere lavorano: l’altra faccia della luna, che inevitabilmente subisce quanto e a volte più dei detenuti l’inadeguatezza o la fatiscenza delle strutture. A fronte di stipendi stabili e organici che si riducono, la realtà per chi lavora in carcere è sempre più difficile. Basti pensare alla popolazione carceraria non italiana in costante crescita, o all’aumento dei tossicodipendenti.
Non c’è dubbio. Nell’immediato servono interventi edilizi per adeguare le strutture ai numeri che salgono. E farò il possibile affinché si consideri la “situazione limite” della seconda sezione. Ma, a medio termine, è sulla macchina-giustizia nel suo complesso che bisognerà agire, prevedendo in alcuni casi pene alternative; perfezionando gli accordi con i Paesi d'origine degli immigrati; e, soprattutto, agendo sui tempi del processo per ridurre le schiere di quel gigantesco esercito di detenuti in attesa di giudizio, che spesso scontano la galera soltanto prima di essere condannati, o, molto peggio, prima di essere assolti.
L’impressione finale è quella di un universo a un bivio. Il governo, con il piano carceri, ha afferrato a un passo dal baratro una situazione emergenziale che ha radici lontane. Ma ci si muove pur sempre sul confine sottile che separa la difficoltà dall’insopportabilità. Se si agirà con coerenza, lentamente si potrà evolvere verso la normalità. Il governo, in questo caso, avrà ogni ragione di rivendicare la risoluzione di questo annoso dramma.
In caso di distrazioni, invece, la situazione può ancora scappare di mano. La realtà di Bari è emblematica. E ricorda che, tra le urgenze programmatiche di settembre, si dovrà affrontare con ulteriore vigore l’emergenza carceri. Una ragione in più perché il governo possa contare fino in fondo sulla sua forza e sulla sua maggioranza.