"Vi spiego come e perché Fini ha rotto col Pdl"

Il quadro politico è ancora molto fluido e tesissimo, nel delicato equilibrio tra tattica e strategia, nella ricerca di una exit strategy che possa mantenere in vita la legislatura e “neutralizzare” il disegno di Fini. Già, il discorso di Mirabello. Tema ricorrente nei dibattiti alla Scuola di Alta formazione politica promossa dalla Fondazione Magna Carta e  dall’Associazione Italia Protagonista, in corso a Frascati. Prima nella conversazione coi ragazzi di Gaetano Quagliariello e Mario Sechi, direttore de Il Tempo, presentando il libro del vicepresidente dei senatori Pdl “La persona, il popolo e la libertà”, poi nella tavola rotonda sull’”Antimafia dei fatti” alla quale hanno preso parte il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, il capogruppo Pdl a Palazzo Madama Maurizio Gasparri e il procuratore capo di Bari Antonio Laudati.

Confrontando i cinque punti (bioetica, immigrazione, giustizia, scuola, economia) che Quagliariello sviluppa nel suo libro e le posizioni del presidente della Camera dal quale emerge chiara una incompatibilità di fondo, il vicepresidente dei senatori rivela di “non essere stato colto di sorpresa dallo strappo dei finiani, ma lo aveva intuito da mesi, almeno dalla scorsa primavera. E rispondendo alle domande dei giovani si spinge ad una “confessione” su un episodio che, a fine marzo ne ha rafforzato la convinzione “sulle reali intenzioni di Gianfranco Fini. La mattina del 29 marzo, ad urne ancora aperte per le elezioni regionali, sono stato contattato da un parlamentare vicino a Fini, che mi ha detto: il Pdl ha perso; nel Lazio e in Piemonte la sconfitta è certa; la Campania è in forse. Questa persona mi parlò dell’intenzione di costituirsi in minoranza, di rivedere le quote degli organismi del partito, rivendicando un 33 per cento per gli uomini del presidente della Camera. Volevano per loro un coordinatore e i due vicepresidenti vicari: capii  - è la chiosa ironica di Quagliariello - che volevano sfrattarmi, ma le cose non sono andate così”. Ma vediamo nel dettaglio quali sono le incompatibilità tra berlusconiani e finiani e le questioni che il Pdl considera “indisponibili”.

Bioetica.

Per Quagliariello, l’ex leader di An ha una concezione della destra moderna “come di una parte che accetta l’inevitabile secolarizzazione della società”. “Al primo posto – è il ragionamento – secondo questa visione ci deve essere l’assoluta autodeterminazione dell’individuo, dalla culla alla bara e anche prima della culla. In sostanza si accetta questa religione civile in base alla quale più modernità significa più autodeterminazione dell’individuo che passa da leggi che producono altre leggi, per cui sia possibile andare sempre oltre con un timbro dello Stato”. Diversa la posizione del Pdl che Quagliariello evidenzia: “Quella di Fini non è l’idea di modernità che può accettare un partito del centrodestra, perché non esiste l’autodeterminazione assoluta dell’individuo che, invece, deve avere ben presente la sua storia, le sue origini, i condizionamenti che possono accadere e tutte le variabili che non possono portare a una programmazione della vita. Nella posizione del presidente della Camera vedo una sorta di trasposizione della mentalità totalitaria. Noi intendiamo la libertà come responsabilità, mettendo la centro la persona che senza bisogno di timbri dello Stato sa come comportarsi”.

Immigrazione e identità nazionale.

Il vicepresidente dei senatori non usa giri di parole nel motivare la frattura coi finiani: “Se riteniamo che le nazioni non servano più, allora il concetto di identità non ha senso. Se ciò non è, allora dobbiamo mettere al centro la questione del merito in base alla quale un cittadino straniero può arrivare alla fine di un percorso ad essere un componente della nostra nazione. Dire per far piacere alla sinistra che si deve dare la cittadinanza in tempi brevi è un errore. Anche perché il fenomeno va affrontato in tutta la sua complessità, tenendo presenti due elementi a mio avviso fondamentali. Il primo: l’immigrazione non è più il fenomeno novecentesco che abbiamo conosciuto per cui si partiva per non tornare, si andava a fondare una famiglia in un altro luogo e sostanzialmente si faceva un viaggio senza ritorno. Oggi l’immigrazione è “circolare”, c’è molta mobilità e la tendenza di massima è quella che spinge l’extracomunitario a trascorrere un periodo in una nazione e poi a tornare nel paese di origine oppure proseguire il loro viaggio altrove. Ed è sbagliato anche forzare sulla cittadinanza ai minori, sfruttando l’immagine del ragazzo che gioca nella nazionale italiana di criket, come spesso fa il presidente della Camera. Anche perché il rischio reale è che magari si dà la cittadinanza a un minore mentre i suoi genitori sono già in un altro paese. Insomma, i problemi vanno affrontati complessivamente, non ridotti a slogan. Non c’è dubbio che chi viene da noi a bordo di una carretta del mare fugge da un inferno, e di questo ne dobbiamo tenere conto. Ma va anche considerato con altrettanto scrupolo che ci sono nuove debolezze che impongono interventi concreti. Sono quelle, ad esempio, di molti italiani che vivono nel Nord e che si sentono sfrattati nella loro realtà locale, sono le donne che non possono uscire di casa dopo una certa ora, sono i bambini cinesi che vengono sfruttati a Prato in laboratori-prigione. Sono anche le donne musulmane che non conoscendo la lingua subiscono situazioni di oppressione e violenza all’interno delle loro famiglie. Ora di fronte a tutto questo, aprire le frontiere per dimostrare di essere buoni non porta a nulla, semmai acuisce i problemi che oggi abbiamo di fronte. Allora l’obiettivo è mettere insieme vecchie e nuove debolezze e trovare soluzioni adeguate. Per spensieratezza, abbiamo avuto città inglesi che si sono trasformate in incubi e le banlieu in Francia in incendi. Il punto vero è governare i problemi senza un approccio ideologico.

Giustizia

C’è un punto sul quale Quagliariello non transige e riguarda il concetto più volte declinato da Fini in base al quale “il garantismo non può essere impunità”. Concetto che il vicepresidente dei senatori Pdl ribalta spiegandone le ragioni. “ Per un garantista è meglio che un reato possa restare impunito piuttosto che un innocente debba pagare per cose che non ha commesso. Ovviamente è evidente che i reati vanno perseguiti e occorre punire i veri colpevoli. Per un giustizialista, invece, anche se in galera finisce un innocente non importa, conta solo salvare una purezza. Non credo che Fini non si sia accorto delle ragioni per le quali nel ’94 Silvio Berlusconi è sceso in campo evitando che dopo il crollo del regime comunista, la sinistra italiana potesse prendere in mano le redini del Paese per mancanza di avversari politici, dopo la stagione di Tangentopoli. E non credo che non abbia presente cosa in questi quindici anni è stato scatenato da certe procure contro il premier. L’esigenza di uno scudo giudiziario per il presidente del Consiglio e le alte cariche dello Stato non è una legge ad personam, piuttosto l’affermazione di un principio di tutela per evitare che chi è stato eletto democraticamente dagli elettori, possa essere spazzato via per via giudiziaria.

Economia

E’ uno dei punti toccati da Fini nel discorso a Mirabello, ma per Quagliariello si tratta di “pura propaganda. Fini ha declinato un catalogo di cose che vuole ma che non si possono realizzare a meno che non si voglia mandare il Paese in bancarotta.

Dio

Il vicepresidente dei senatori Pdl mette subito in chiaro la contraddizione di fondo di un presidente della Camera che oggi si dichiara ateo, ricordando come nel recente passato si sia battuto per l’inserimento nella Carta europea delle radici cristiane. In un mondo dove il rischio vero è il relativismo, i principi del Cristianesimo sono diventati le risposte valide anche per i laici, i non credenti, come lo stesso Papa Benedetto XVI ha più volte ribadito. Io non contesto l’ateismo di Fini, trovo sbagliato proclamarlo e dare l’immagine di una destra moderna che si muove lungo questo pensiero, comportandosi come se Dio non esistesse. Resta il fatto che su questi temi Fini in quindici anni ha fatto appelli uguali e contrari.

Fin qui l’analisi politica. Ma nella conversazione con i ragazzi della Summer School c’è anche spazio per raccontarsi. Quagliariello lo fa quando spiega perché ha deciso di scrivere il suo libro citando un episodio che risale al ’94 quando era un professore universitario: “Lavoravo in una facoltà di Lettere e Filosofia ed ero l’unico di tutto l’ateneo che votava per Berlusconi e lo diceva. Il preside voleva mandarmi da uno psicologo, non tanto perché lo facevo ma perché lo dicevo”. Nel passaggio dalla carriera universitaria a quella politica, Quagliariello ha dovuto ricalibrare anzitutto il concetto di tempo.

“Tra le regole della buona politica c’è quella di sapere governare il tempo. Per scrivere il libro su De Gualle ho impiegato dieci anni di studi meticolosi e approfonditi che mi hanno consentito di entrare nella sua pelle per comprendere appieno il personaggi, l’uomo politico, lo statista. In politica tutto si vive al momento con un ritmo incalzante e caotico, e le decisioni le devi prendere subito, non puoi aspettare nemmeno qualche ora. Penso, tuttavia che un uomo politico debba anche saper fermarsi per riflettere sulle cose fatte, le contraddizioni o gli errori compiuti però  sempre seguendo la coerenza di un pensiero, di un ideale.

Dopo due anni vissuti intensamente con l’impegno quotidiano di tenere insieme, amalgamare un gruppo parlamentare fatto allora di 147 persone – oggi dieci se ne sono andate con Fini - , il più grande gruppo parlamentare richiede pazienza, impegno, costanza. In altre parole, significa trovarsi a dover risolvere 30-40 problemi al giorno, dai più piccoli ai più grandi. Anche perché un gruppo così numeroso diventa una comunità nella quale si sta partecipando con spirito di condivisione alle questioni che via via si manifestano. Ecco, avevo bisogno di fermarmi e dedicare più tempo alla riflessione, all’analisi, alla proposta politica. Quello che ho cercato di fare scrivendo questo libro”.

08/09/2010
Visconti