Berlusconi e la storia dell'Italia repubblicana

Partiamo da un'immagine.

Partiamo dall'immagine che più di ogni altra rappresenta la fine della stagione di Walter Veltroni. C'è un governo che approva all'unanimità un decreto che riguarda la concezione della vita e della libertà personale; e c'è un segretario del maggior partito di opposizione che convoca contro questa iniziativa una manifestazione in difesa della Costituzione, scegliendo come oratore unico Oscar Luigi Scalfaro: colui che, favorendo “il ribaltone”, consentì nel '94 la fine della prima esperienza di governo di Silvio Berlusconi. In questa immagine è racchiuso il significato che l'azione politica di Berlusconi ha avuto nella storia dell'Italia del secondo dopoguerra. Provo a spiegare perché.

La Costituzione non è un totem.

Quella Costituzione che viene acriticamente esaltata come lo scudo unitario da contrapporre a una presunta "invasione degli icsos" non sempre è stata un mito intangibile o un vessillo intoccabile; tantomeno è oggi un totem o un moloch da venerare. Lo affermo con il rispetto che si deve a un testo che è ancora vivo e che può produrre altri benefici effetti. La Carta costituzionale segnò l'epilogo di una delle stagioni più tragiche della storia italiana. La stagione in cui, nell'immediato dopoguerra, in un Paese segnato dal crollo di un regime, dalle macerie e dalla fame, continuava la “guerra civile” così come l'ha definita lo storico azionista Claudio Pavone. E, all'interno di questa, si sviluppava un'altra guerra civile fra i comunisti e gli antifascisti di diverso colore - democristiani, liberali, monarchici - oggi in parte ricostruita nei libri di Giampaolo Pansa e in quelli di Mirella Serri. Su questa crisi si innestò la guerra fredda, che scoppiò quando i lavori della costituente erano già iniziati. In quelle temperie, autentici national builders salvatori della patria, a lungo dipinti dalla nostra storiografia come servi degli americani, trovarono il coraggio di cacciare le sinistre dal governo, ponendo le premesse di un'Italia occidentale e non filo-sovietica. Mentre De Gasperi lavorava a questo difficile compito sul fronte del governo, nell'assemblea costituente si cercava un compromesso sui fondamenti, per tenere insieme il Paese in attesa che una tornata elettorale decisiva – quella del 18 aprile del '48 – decidesse la collocazione dell'Italia nel mondo. Fu una gigantesca operazione politica. Un compromesso di alto livello ma, necessariamente, imperfetto. E di questa imperfezione erano coscienti innanzi tutto i padri costituenti, che lasciarono alle generazioni successive il compito di definire almeno tre capitoli di quel testo rimasti incompiuti: precisare la forma di Stato; attribuire maggiori poteri all'esecutivo; rendere più efficiente il bicameralismo. La Costituzione, dunque, originariamente non è nata come un totem. E’ diventata un mito intangibile sinonimo di antifascismo solo dopo che De Gasperi e il centrismo furono liquidati, e i partiti assunsero il ruolo di fulcro del sistema politico. La Carta, per l'accordo unitario che ne aveva reso possibile la genesi, iniziò allora a rappresentare una sorta di approdo ideale posto al di là delle colonne d'Ercole della guerra fredda; una meta verso la quale tendere, che sarebbe stata raggiunta solo nel momento in cui le condizioni internazionali lo avessero consentito.

Il fiume carsico.

Contro la verità storica del periodo in cui la Costituzione fu scritta, si consolidò così una lettura pubblica della storia d'Italia tutta orientata a sinistra, che finiva per coinvolgere anche quei partiti che ricevevano la loro legittimazione e il loro sostegno popolare proprio in quanto diga nei confronti di possibili derive verso il comunismo. Fu il partito comunista, puntando le proprie carte sull'egemonia culturale dopo essere stato escluso escluso dall'area di governo per ragioni derivanti dalla sua collocazione internazionale, a lavorare strenuamente in questa direzione. Così, speravano i dirigenti del Pci, nel lungo periodo si sarebbe legittimato un loro ingresso nella stanza dei bottoni senza abdicare alla identità terzinternazionalista e rivoluzionaria del partito. Si produsse in tal modo un divorzio sempre più profondo tra il logos ufficiale della politica e le effettive tensioni di una parte consistente del Paese che, al di là di ogni elaborazione culturale impedita dall'egemonia imperante e dal tradimento dei chierici, continuava a essere impregnata di un anticomunismo esistenziale che la portava a diffidare non solo del Pci, ma anche di quel che il consociativismo concedeva ai comunisti. E' stata, questa, una forma di liberalismo popolare che non ha avuto espressione politica perché al momento del voto - secondo la formula coniata da Salvemini e ripresa da Montanelli -, i suoi interpreti trovavano saggio “turarsi il naso” e votare un partito di centro. Con il risultato che un Paese nel quale esisteva una corrente di sano conservatorismo non reazionario esprimeva una guida politica e un'egemonia culturale fortemente sbilanciate a sinistra.

La nascita di Forza Italia.

Caduto il Muro di Berlino, il liberalismo popolare, fino a quel momento rimasto senza rappresentazione, ha rischiato di essere sotterrato per sempre. E' accaduto ai primi degli anni Novanta. Quando, con la fine della guerra fredda, anziché prodursi anche una liberazione del voto, vi fu l'eliminazione per via giudiziaria di tutti i partiti che avevano svolto una funzione anticomunista. E, all'interno di quei partiti, l'azzeramento delle classi politiche che più delle altre avevano resistito alla prospettiva del compimento dello storico incontro immaginato oltre le colonne d’Ercole della divisione del mondo. Sicché paradossalmente, proprio nel momento in cui il muro della storia cadeva sulla loro testa, grazie a un repentino cambio di denominazione, i comunisti stavano per conquistare il potere in Italia. La gioiosa macchina da guerra arrivò a un passo dalla meta: finalmente, la mitica unità antifascista si sarebbe compiuta sotto la loro egemonia. A quel punto, a scombinare i piani è stata solo l'epifania di Silvio Berlusconi e di Forza Italia, la cui apparizione sulla scena politica ha consentito al fiume carsico del liberalismo popolare di manifestarsi e trovare finalmente una rappresentazione compiuta nella sfera pubblica, non più come fenomeno sotterraneo, non più come semplice massa di interdizione. E per dare compiutezza a tale strategia Berlusconi, sfidando gli interdetti linguistici della prima Repubblica, ha osato sdoganare gli esclusi della prima Repubblica, tra loro in quel momento incoalizionabili: il Msi e, a nord la Lega. Si spiega così il successo, assolutamente unico, di un partito che nel giro di pochi mesi vince le elezioni e conquista la maggioranza relativa. Dietro la nascita e l'affermazione di Forza Italia, oltre al carisma del fondatore corroborato da un coraggio politico che il tempo è giunto a definire in tutta la sua portata, vi è la storia di una esclusione durata quarant'anni. Altro che le tre televisioni e i soldi di un tycoon!

Dagli all’intruso!

Questo spiega per quale ragione Berlusconi sia stato a lungo considerato un intruso. Non comprendendo i cambiamenti profondi che erano avvenuti nel sistema politico italiano a partire dal 1994, in tanti hanno ritenuto che fosse sufficiente rimuovere quell'intruso per ripristinare le condizioni pregresse e far rivivere il sogno della grande unità antifascista ovvero riportare in vita un equilibrio centrista. Il primo a crederci, e a provarci, fu proprio Oscar Luigi Scalfaro, che si produsse in una spericolata operazione istituzionale che di fatto dilatava i poteri del presidente della Repubblica e privilegiava in maniera strumentale la Costituzione formale rispetto alla sovranità popolare. Al di là di queste manovre più evidenti, però, vi sono stati svariati tentativi, talvolta persino inconsapevoli, di rimarginare la “rottura” berlusconiana. I più notevoli si sono compiuti per via giudiziaria, e i dati della persecuzione giudiziaria scatenatasi dal '94 a oggi parlano chiaro. Ma non sono mancate operazioni politiche in tal senso architettate addirittura all'interno della stessa coalizione di centrodestra. L'obiettivo era, in ogni caso, evitare che la sovranità popolare potesse esprimersi attraverso la scelta di un capo del governo e della sua maggioranza (e, quindi, individuando anche un’opposizione che si proponesse come “governo in attesa”); si puntava, insomma, a riportare al centro del sistema la logica dell'accordo tra i partiti, spacciandolo magari come contrappeso nei confronti di fantomatiche derive plebiscitarie. Da qui è derivata una duplice tentazione: da parte degli oppositori di Silvio Berlusconi, quella di costituire una union sacree da contrapporre ai rischi del tutto infondati di un nuovo autoritarismo; da parte di alcuni dei suoi alleati, di portare la logica di coalizione fino alle sue estreme conseguenze, riproducendo risse, litigi e pratiche – si pensi alle interminabili verifiche - riprese da un passato polveroso.

Oltre la transizione interminabile.

Questa è la storia di una lunga transizione durata dal 1994 fino al 2008. Nel corso di questi anni è stato impossibile tornare indietro rispetto alla frattura dei primi anni Novanta, ripristinando l'importanza di partiti che nel frattempo erano socialmente e politicamente declinati; ma non si riusciva neppure ad andare avanti, accettando le conseguenze derivate dalla riconquistata centralità della sovranità del popolo. Abbiamo vissuto una storia di faticose esperienze di governo, di alleanze precarie, di coalizioni rissose; una storia sfociata nel disastro prodiano, che ha reso evidente al Paese quanto dei residui di una stagione passata era rimasto in circolo nel sistema politico ed era stato adoperato cinicamente al solo scopo di fermare il “tiranno” Berlusconi. Nel 2008 Walter Veltroni aveva conquistato la sua legittimità storica ponendosi al di là di questa deriva. Dopo aver bruciato l'opzione socialdemocratica, per non aver mai fatto fino in fondo i conti con Bettino Craxi e con la sua persecuzione, al Pd rimaneva l'opzione neo-democratica: quella, cioè, di costruire una leadership carismatica in grado di concorrere per conquistare l'elettorato centrista e moderato e, per questo, disposta a riconoscere al nemico Berlusconi il rango di avversario. Tale scelta avrebbe comportato il recupero delle esperienze riformiste e la chiusura netta nei confronti del virus giustizialista incarnato da Di Pietro. Virus che, invece, si è inoculato all'interno di questo percorso come una contraddizione fatale che ha respinto Veltroni indietro fino al 1994. Dove infatti l'ormai ex segretario del Pd è tornato, riesumando il vecchio refrain sulla costituzione antifascista e sul pericolo autoritario, e addirittura recuperando la figura di Scalfaro e con essa l'antica tentazione di eliminare l'intruso. Lungo questa deriva, non solo il discorso veltroniano si è fatto incomprensibile. E' anche fallita, e per sempre, l'ipotesi di una possibile alleanza strategica tra quelle che fino al 1989 erano state le protagoniste del discorso pubblico in Italia: la cultura ex comunista liberatasi una volta per tutte dai miti della rivoluzione d'ottobre, e la corrente del cattolicesimo democratico.

La conquista della durata.

Mentre avveniva tutto ciò, l'intruso conquistava definitivamente la durata. E, con le scelte dell'aprile 2008, passava dalla logica della coalizione alla logica del partito tendenzialmente maggioritario, all'interno del quale coesistono culture e sensibilità diverse, unite da una leadership carismatica e soprattutto dall'esperienza e dalla pratica di governo. Un'esperienza significativamente diversa da quella della Democrazia Cristiana - l'unico grande partito di coalizione che la storia dell'Italia post fascista ha conosciuto - la quale, almeno per lunghi tratti, è stata priva della funzione unificatrice della leadership carismatica e conseguentemente paralizzata dalla dialettica interna fra correnti e gruppi di potere. Berlusconi ha promosso una nuova generazione al governo. Una generazione che non è più di ex, ma che è approdata alla politica quando i partiti che avevano segnato la prima fase della storia repubblicana si erano già disciolti; sono state così poste le basi per proiettare l'esperienza di un partito e di una leadership anche oltre il tempo della permanenza del suo fondatore sulla scena politica. Ancora, e soprattutto, Berlusconi ha dato un'indicazione chiara sulla direzione da intraprendere per costruire un partito diverso dagli altri, perché il partito carismatico, in Italia così come in tutta l'Europa moderna, è quello che riesce a unire la forza evocativa del leader con classi politiche consapevoli che sappiano radicare quella forza nelle istituzioni e nelle dimensioni locali, che in un momento di crisi delle ideologie vanno assumendo sempre maggiore importanza. Berlusconi ha saputo raccogliere - e le due recenti tornate elettorali regionali lo dimostrano - la sfida della "territorializzazione" della politica, in virtù della quale il leader e l'elemento carismatico sul quale il partito si fonda, e che è ormai decisivo nelle competizioni nazionali, deve poter contare sull'alleanza con classi dirigenti locali capaci, in grado di irradiare il carisma sul territorio a detrimento dei "notabili" che aspirano a gestire in proprio le rendite di posizione sfruttando a propri fini la forza del leader. Si tratta di un processo ineluttabile, che non smentisce, anzi integra il percorso verso partiti carismatici a vocazione maggioritaria, e di fronte al quale non possiamo presentarci impreparati. Non si può pensare di lasciare solo il carisma del leader, né che questo possa essere assistito esclusivamente da una macchina organizzativa nazionale. Se il PdL deve essere il lascito della nostra generazione, lo sforzo deve andare verso la creazione di classi dirigenti consapevoli che radichino nei territori la forza, i metodi e i contenuti della rivoluzione berlusconiana, e le permettano di sopravvivere alla nostra generazione politica. Infine, e mi avvio a concludere, questo partito ha saputo conquistare una sua solidità anche sul terreno culturale e dei principi. E’ di moda parlare di Pantheon, ma al di là del sicuro effetto mediatico, queste operazioni confondono più che chiarire. Assai più proficuo è dimostrare nei fatti che culture differenti – quella cristiana, quella liberale, quella socialista umanitaria, quella nazionale –, quelle culture insomma che si sono ritrovate insieme nel '94 in una fase di emergenza e per scopi di mera interdizione nei confronti di un pericolo imminente, hanno trovato una sintesi e un collegamento con una e una sola delle grandi famiglie europee: quella popolare. Ed è ancor più significativo che questo amalgama ben riuscito - e non me ne voglia Massimo D'Alema- si stia consolidando attorno ai problemi effettivi che segnano l'agenda del nuovo secolo. Sull'immigrazione, ad esempio, laddove i grandi modelli del multiculturalismo all'inglese e dell'integrazionismo alla francese sono tragicamente falliti, si sta provando a dare delle risposte coniugando insieme le paure di quanti per disperazione giungono in un Paese di confine troppo a lungo risultato l'anello debole in un'Europa che ha evitato di darsi una politica unitaria su questo tema, e le paure dei nostri concittadini sempre più spesso sfidati da questa presenza. E solo se questa sintesi riuscirà saremo in grado di dare una risposta di governo all'altezza dei tempi. E per quanto riguarda la sfida antropologica, che anche a causa del progresso delle scienze è divenuta il terreno di coltura di nuovi deterministi che dopo aver fallito in ambito sociale si rivolgono alla vita umana pretendendo di spogliarla di ogni incertezza per rimetterla in ogni suo momento alla disponibilità dell'individuo, si è sviluppato di fatto un incontro tra credenti e non credenti, tra laici e cattolici, intorno alla centralità della persona, alla sua dignità e alla impossibilità di cedere in questa sfera a ogni tipo di determinismo. Mentre il dialogo tra laici e cattolici a sinistra fallisce, noi proponiamo un “terzo tempo” ideale. Dopo il tempo dell'incontro tra De Gasperi e uomini come Saragat e La Malfa, quando la Chiesa era ancora trionfante e l'Italia non ancora secolarizzata; e dopo il tempo dell'incontro tra Togliatti e la sinistra cristiana; vi è un terzo tempo di cui noi oggi siamo protagonisti, che coniuga in maniera più naturale i principi del cristianesimo con quelli del liberalismo. E si pensi ancora alle grandi tematiche economiche. Da sempre l'economia è il terreno più ostico per realizzare in tempi brevi una svolta profonda di strategia politica, poiché il contesto internazionale restringe i margini di azione. E’ ciò è stato tanto più vero negli ultimi dieci anni durante i quali si sono registrate le due più gravi crisi internazionali del dopoguerra, con pesanti ricadute sui sistemi finanziari ed economici del mondo intero: la crisi successiva all’attacco alle Torri gemelle e la crisi finanziaria internazionale tuttora in atto. Ciononostante l’azione dei governi guidati da Silvio Berlusconi è riuscita a realizzare importanti risultati e a cambiare la stessa agenda della politica italiana ed europea. In questa prospettiva, il più importante traguardo conseguito è stato l’essersi emancipati dal minoritarismo liberale che aveva caratterizzato i primi decenni di storia repubblicana grazie alla feconda contaminazione con quel filone di pensiero politico più attento alle esigenze di solidarietà sociale che va sotto il nome – a volte per la verità utilizzato in modo ambiguo - di economia sociale di mercato.

Conclusioni

A questo punto, possiamo tornare dove eravamo partiti: al fallimento di Veltroni. Se c'è un'ulteriore ragione, oltre a quelle fin qui elencate, per cui il PdL ha saputo interpretare i bisogni dei cittadini di oggi e speriamo di quelli di domani, e il Pd è rimasto indietro, è perché il centrodestra ha rischiato la sfida della sintesi contro la retorica del "ma anche". Dunque scelte chiare e una direzione univoca nella quale possono riconoscersi culture e provenienze diverse, contro una babele di linguaggi nella quale alla fine non si riconosce nessuno.

01/03/2009