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Articoli, Politica
E' bastato solo rievocare e neanche direttamente in un'intervista la "cabina di regia" per scatenare un putiferio. E' stato un crescendo di permalose richieste d’abiura, quasi fossi un avvizzito partitocrate che intende far rivivere qualcosa che è finito per sempre. Non è così. La richiesta che ho avanzato non c’entra un bel niente con le “cabine di regia” sia d’antica che di più recente memoria.
Il feeling scoppiato ad Asolo tra D’Alema e Fini resta difficile da interpretare da diversi punti di vista. Uno concerne la direzione di sviluppo del sistema politico italiano. Fini ha puntato le sue carte sulla semplificazione, sulla nascita di partiti a vocazione maggioritaria, su un bipolarismo pronunciato, addirittura tendente al bipartitismo. D’Alema, di contro, punta le sue carte su un processo esattamente speculare. Vorrebbe il ritorno a una realtà partitica più differenziata e più polarizzata, in modo da rendere possibile un’alleanza tra la sinistra e il centro, a suo parere l’unica strada per sconfiggere la destra. Questa strategia coniuga assieme motivi di convenienza interna con opzioni sistemiche; per quanto velleitaria, la si può comprendere. Meno facile, invece, capire perché il Presidente della Camera debba assecondarla. Un altro dubbio riguarda le proposte di riforme istituzionali. Ancora una volta, anche su questo terreno, la convenienza di D’Alema è evidente; quella di Fini meno. Infine, con la proposta di tenere insieme ogni anno una Summer School in comune, ci spostiamo nell’ambito della sociologia delle classi dirigenti. Fini, al termine del seminario, a chi lo interrogava sulle prospettive del feeling ha dichiarato: se son rose fioriranno. Mi sia consentito chiosare, amichevolmente e senza irriverenza: speriamo non siano rose. O, quanto meno, speriamo che non fioriscano.
L'esperienza di quattordici anni lo insegna: non è possibile chiudere la transizione italiana senza una profonda riforma della giustizia e del suo rapporto con la politica. Ma quest'emergenza la si può rilevare non soltanto "dalla parte del sistema". Essa, ancor prima, si pone "dalla parte del cittadino": di quello più debole e per questo più bisognevole di tutela. Tre esempi, riferiti ad altrettanti ambiti dello stesso universo, saranno sufficienti a dimostrarlo.
Dalla newsletter "Italian Foreign Policy" vi propongo questo articolo del ricercatore Jonathan Laurence in cui si parla dei politici italiani visti dall'America, e anche del sottoscritto...
Ci troviamo a una svolta dell’attuale fase politica. Se riusciremo a conquistare uno spazio per essere giudicati sull'azione di governo, sulle ricette proposte per risolvere i problemi del Paese e dei cittadini, e sui conseguenti risultati che saremo in grado di conseguire, questa legislatura sarà diversa. In caso contrario, esattamente come accadde tra il 2001 e il 2006, saremo costantemente insidiati dal fango delle insinuazioni e dal logoramento progressivo. L'Italia, ancora una volta, rinvierà a data da destinarsi il suo appuntamento con la normalità. Ma se questo dovesse accadere, questa volta ad essere sconfitta con noi sarà anche la sinistra: avrà devoluto ad altri l'antiberlusconismo, mentre a lei, in luogo del governo ombra, rimarrà soltanto l'ombra ossessiva di una parte del suo passato. Quella peggiore.
Chi ritiene che Berlusconi sia un nemico della democrazia, lo sia antropologicamente e indipendentemente dai consensi che riceve, non ha altra scelta che radicalizzare lo scontro ed arrivare alla soluzione finale. Ecco che ritorna la tentazione della sentenza fatale, ecco che si mette a repentaglio ogni elemento di intimità, ecco che il linguaggio e persino le ambientazioni sceniche tornano a somigliare incredibilmente a quelle del fascismo, la cui matrice fu per molti versi simile.
Rivendicare un ruolo pubblico per la religione non significa certo volere Chiese che facciano da ancelle al potere politico. Per questo vanno rispettate le opinioni che provengono da esponenti della Chiesa, sia quando queste rafforzano le posizioni della propria parte, sia quando invece le contrastano. Ma rispetto vuol dire anche essere disposti al contraddittorio quando proprio non si è d'accordo. E' questo il caso dell'intervista sulla sicurezza a Milano rilasciata a La Repubblica dal cardinale Dionigi Tettamanzi.
Una Repubblica che in luogo del mito acquisisca la storia non è una Repubblica obbligatoriamente più leggera, come teme Bertinotti. E neppure per forza un regime privo di idealità e di generosità. Accettare la sfida significa anche essere consapevoli di doverlo dimostrare, senza complessi di inferiorità e senza più nascondersi. E la dimostrazione potrà avvenire anche attraverso un confronto aperto sulle rispettive letture della storia d’Italia e sulla considerazione dei patrimoni di speranze, di richieste di giustizia, di progresso che ad esse si connettono. Se Bertinotti vorrà, a questo confronto noi siamo pronti.
La nostra Costituzione non consente referendum sui trattati internazionali, per cui, se servisse a qualcosa, il testo di Lisbona potrà essere ratificato dal Parlamento, dopo un’analisi critica e il riconoscimento dei passi avanti compiuti. Ma se un referendum fosse possibile, non solo non sarebbe uno scandalo richiederlo: sarebbe auspicabile che si svolgesse.
Ci sovviene un dubbio: vuoi vedere che Prodi non ha compreso di aver fallito non soltanto in quanto troppo adulto ma anche perché troppo cattolico?
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